"Affrontare la massa di schiavi". Mishima e la guerra al mondo moderno

Nel 1968, Mishima pubblica La difesa della cultura - ora disponibile per la prima volta ai lettori italiani grazie a Idrovolante edizioni - in cui si scaglia contro la debolezza del Giappone moderno

Visse poco, Yukio Mishima. Appena 45 anni: dal 1925 al 1970. In mezzo la Seconda guerra mondiale, una carneficina tremenda alla quale non partecipò. Un po' perché suo padre era un alto funzionario della corte dell'imperatore, un po' perché Kimitake Hiraoka (questo il suo vero nome) finse i sintomi di una tubercolosi e se ne stette a casa. Vide i suoi amici partire per il fronte e mai più ritornare. Lui, gracile e con gli occhiali, se ne stava ore e ore a studiare. Un topo di biblioteca in grado di alzare solamente la penna. Pallido e magro, dedicava le sue giornate alla lettura e a racimolare qualche notizia sul conflitto.

Come è noto, per il Giappone le cose andarono molto male. Sfidò il colosso americano nel Pacifico, ma non potè nulla. Gli aerei dei kamikaze si fiondavano sulle navi americane. Sotto di loro c'era solo l'oceano. Sopra, invece, il cielo sempre più bianco. In mezzo i velivoli con la bandiera del sol levante. È la guerra, ma per Mishima diventerà filosofia vissuta e arte. Che cos'è il coraggio se non guardare?, scriverà anni dopo ne La voce degli spiriti eroici.

Ma guardare a volte è impossibile. Nell'agosto del 1945 gli americani sganciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Negasaki. Un'azione non necessaria, volta più a impaurire la Russia sovietica che a piegare un Giappone già fiaccato da anni di guerra. Una tragedia umana infinita, alla quale ne seguirà una spirituale: l'imperatore venne costretto ad ammettere di essere un comune mortale. Non era più dio. Era solo un uomo. Per migliaia di giapponesi fu la fine di un'era. Nei palazzi imperiali gli uomini sguainarono le spade, si tastarono il ventre e poi affondarono la lama. Offrirono la loro vita all'impero che fu. Mishima visse tutto questo quando aveva solamente vent'anni. I suoi coetanei erano pochi e, quei pochi, erano visti con sospetto. Perché la loro vita era stata risparmiata? Perché non avevano versato il sangue per salvare la divinità dell'imperatore?

Dalle macerie, il Giappone si rialzò tutto sommato in fretta. Negli anni Sessanta si trovò - come il nostro Paese, altro grande sconfitto del conflitto - in pieno boom economico. Emerse una nuova figura all'interno della nazione, quella del lavoratore indefesso, inchiodato per dodici e più ore al proprio posto, per poi tornare a casa sfinito e magari, come riportano i video dei giorni nostri, distrutto dall'alcool. Una vita svuotata, da larve. Che, verrebbe da dire, non è vita. O almeno vita che val la pena vivere.

Nel 1968, Mishima pubblicoò La difesa della cultura - che ora esce per la prima volta in Italia grazie a Idrovolante edizioni - in cui si scagliò contro il "culturalismo", "quel borioso disvalore che costringe i popoli ad ostentare solo alcuni aspetti della propria cultura a scapito di altri quasi da 'rinnegare', 'nascondere', o 'distorcere' fino quasi all'autodistruzione", come scrive Daniele Dell'Orco nella sua prefazione al volume.

Non era un nostalgico, Mishima. Sapeva che un'epoca era ormai chiusa e che ne era iniziata un'altra. Ma lui, in questo nuovo Giappone, non poteva vivere. Forse perché, proprio come durante la guerra, era rimasto l'unico superstite. Solo, con un drappello di amici e commilitoni del Tate no kai, il suo esercito privato. Sapeva di essere minoranza: "Noi invece ci mettiamo dalla parte dei forti e partiamo come minoranza. La limpidezza, la franchezza, l'onestà, l'elevatezza morale dello spirito giapponese, sono cosa nostra".

I nemici, per Kimitake Hiraoka, erano due: il comunismo e l'americanismo, che tolgono la dimensione verticale - quindi spirituale - dalla vita. Una battaglia culturale e, per ciò stessa, violenta: "La nostra controrivoluzione consiste nel respingere il nemico sul bagnasciuga, e il bagnasciuga non è quello del territorio giapponese, ma la diga dei frangiflutti dello spirito di noi giapponesi uno ad uno. Bisogna affrontare la massa degli schiavi rivoluzionari, con il fegato di chi va avanti da solo anche se gli atlri fossero milioni. Non bisogna curarsi degli insulti e delle calunnie, dello scherno e delle provocazione della folla, ma bisogna affrontarla decisi fino alla morte, per risvegliare quello spirito giapponese che ha corroso. Noi siamo coloro che incarnano la tradizione di bellezza del Giappone".

Parole che divennero azione. Il 25 novembre del 1970, insieme a quattro uomini del Tate no Kai, Mishima entrò nell'ufficio del generale Mashita. Lo fece portar via e si affacciò dal balcone, di fronte a un migliaio di uomini. "Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l'esistenza di un valore superiore all'attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo". Rientrò nell'edificio. Mishima replicò quanto fatto dai funzionari dell'imperatore al termine della seconda guerra mondiale: sguainò la spada, si tastò il ventre e poi affondò la lama. Offrì la sua vita all'impero che fu.

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