Amelia Earhart, la donna volante che voleva realizzare l'impossibile

Amelia Earhart, la straordinaria donna che trasvolò l'Atlantico rimanendo per sempre nella leggenda

Amelia Earhart, la donna volante che voleva realizzare l'impossibile

"Volo, sogno dell'uomo". Ma anche, da sempre, della donna. Lo ha dimostrato Amelia Earhart, passando alla Storia come pioniera dell’aria. Ed entrando a far parte, di diritto, nella leggenda. "L’unica cosa al mondo che desiderassi era vagabondare. Nel cielo", avrebbe lasciato scritto la ragazza del Kansas dai lineamenti dolci, ma dal carattere oltre modo deciso. Capelli "alla maschietta" e colori chiari, aveva un fisico longilineo e slanciato che - nel tetro epilogo di una vita più che coraggiosa - trarrà in inganno medici forensi, storici e cacciatori di tesori.

"L’unica cosa al mondo che desiderassi era vagabondare. Nel cielo..", diceva Amelia, nata nella calda estate del 1897. Eppure quando vide il primo aeroplano - a soli dieci anni - secondo le innumerevoli biografie che le verranno dedicate nel secolo a venire, pare non ne rimase particolarmente colpita. Un uccello di legno, tela e fili di metallo. Ecco cosa può essere per molti un “aeroplano”. Un modo pericoloso per guardare il mondo da un’altra prospettiva o per “spostarsi” pericolosamente. Potrebbero concludere altri. Ma per chi sogna di liberarsi nelle nuvole come un possente uccello, l’invenzione di quei due folli dei fratelli Wright, è tutta un’altra cosa: è la possibilità di ottenere un sogno precluso al passato che non possedeva la conoscenza.

Sarà il secondo incontro con gli uccelli creati dagli uomini a decidere il suo destino. Quando nel 1920 accompagna il padre ad un raduno aeronautico presso il Daugherty Airfield di Long Beach, la giovane Amelia, crocerossina di guerra, paga un dollaro per volare su un piccolo aereo da turismo e vedere com’è la California vista dalle nuvole: e scopre che è bellissima. Per questo decide di imparare a volare. Di fare del suo futuro il futuro di un’aviatrice.

"Le donne devono cercare di realizzare l'impossibile proprio come hanno provato anche gli uomini. Quando falliscono il loro fallimento deve essere una sfida per altre donne", disse. Un pensiero semplice, ma conciso. Una lezione di vita ancora attuale.

La futura leggenda dei cieli comincia quindi a prendere lezioni di volo. Nel frattempo accetta qualsiasi genere d’impiego per mettere da parte del denaro per acquistare un aereo tutto suo. Il 15 maggio del 1923, appena tre anni dopo, diventa la sedicesima donna a conseguire il brevetto di pilota (La prima fu Raymonde de Laroche nel 1910, ndr). L'anno seguente compera il suo primo aereo: un biplano Kinner Airster giallo che ribattezza il “Canarino”. Su di esso stabilisce il primo dei suoi record “femminili”, salendo a un'altitudine di 14.000 piedi.

Da semplice aviatrice a leggenda

Il decennio a cavallo tra la fine degli ’20 e la prima metà degli anni ’30 viene ricordato come il decennio dei pionieri dell’aria e dei grandi trasvolatori. Sono gli anni in cui molti si riversano nelle strade per accogliere l’arrivo di uomini temerari come Charles Lindeberg e Italo Balbo. Ma di donne a compiere di queste prodezze, ancora non ce n’è. Perché all’epoca si pensava che “solo un uomo potesse affrontare determinate situazioni”. Nessuno pensava ad una donna rinchiusa in uno stretto abitacolo a studiare mappe e carte per raggiungere l’altro capo del mondo assordata dal rombo di un motore che sposta l’aria dando il moto alle possenti eliche.

Eppure, nel 1928, una giovane donna decise di rompere il tabù attraversando l’Atlantico come Lindeberg. Sarebbe stata la prima donna - insieme a Wilmer Sturz e Louis Gordon - a prendere parte a una trasvolata. Così, dopo aver posato in giacca di pelle, stivali ed elmetto da pilota per un servizio promesso al New York Times dal suo futuro marito - il rampollo dell’editoria George Putnam che l’aveva fortemente voluta nell’equipaggio presagendo il successo mediatico di una “donna Lindbergh” - Amelia decollò dalle Americhe su di un Fokker F.VII, chiamato “Friendship”, per atterrare in Galles appena ventuno ore dopo. Al suo ritorno in patria, è già un eroina nazionale, a New York gli occhi erano tutti per lei, per “Lady Lindy”: la prima trasvolatrice della storia. La bella ragazza che seduta sul retro di una decappottabile, salutava sorridendo quella folla gremita come fosse una regina, la regina dell’Aria. La stessa che che parlando di quell’avventura riconoscerà la sua poca rilevanza: "Wilmer pilotò per quasi tutto il tempo. Io ero solo un bagaglio, venni trasportata come un sacco di patate".

Il mondo però, non la vedeva così. "Voglio che tu capisca che non mi atterrò ad alcun codice medioevale di fedeltà, né mi considererò vincolata a te in modo simile", disse al marito dopo esser stata presa in sposa tenne a specificate a suo marito. E infatti, appena cinque anni dopo di Lindbergh, Amelia Earhart diventerà la prima donna a sorvolare l’Atlantico in solitaria su di un Lockheed Vega. Partendo dal Canada e atterrando in Irlanda. Di quella esperienza scriverà: "Dopo mezzanotte, la Luna era tramontata e io ero sola con le stelle. Il richiamo del volo è il richiamo della bellezza (…) il motivo per cui gli aviatori volano è il fascino estetico del volo". Per quel traguardo storico venne insignita della Legion d’Onore dalla Francia e della Distiguished Flying Cross dal Congresso degli Stati Uniti. Eppure qualcuno, non condividendo "l'entusiasmo" per quella donna volante, arrivò addirittura a domandarsi dalle prime pagine dei giornali: "Ok, ha attraversato l'Atlantico in aeroplano, ma saprà farla una torta?"

Una vita passata a solcare il cielo e ispirare le donne

La Earhart ha sempre portato avanti una campagna per avvicinare le donne all'aviazione affinché il mondo potesse contare su altre aviatrici come lei. E dopo aver portato a termine altri voli in solitaria - dalle Hawai alla California, da Los Angels a Città del Messico - si dedicò alla pianificazione di un'altra impresa grandiosa: circumnavigare il globo passando sull'Equatore, ossia prendendo la "via più lunga". Accompagnata dal navigatore Fred Noonan, decollò da Miami il 1 giugno 1937. Aveva da poco compiuto quarant'anni.

Facendo rotta verso est fece scalo in Sud America, Africa, India, Indocina, e Nuova Guinea. Dopo aver coperto una distanza di 35.000 chilometri, a soli 11.000 dalla meta, decollò per l'ultima volta il 2 giugno. Destinazione Howland Island. Dopo un'ultima confusa trasmissione registrata alle 8:43 di quel giorno, però, le tracce del suo bimotore Lockheed Electra si persero definitivamente. E Lady Lindy, insieme al suo fido navigatore, scomparve per sempre.

Nonostante le spedizioni di ricerca condotte dalla Marina americana, dalla Marina britannica di stanza nei possedimenti d'oltremare, e addirittura di quella dell'allora Impero giapponese, l'aereo e i suoi resti non vennero mai ritrovati. Lasciando un alone di mistero che non fece altro che alimentare il mito della Earthrt. Futura icona del femminismo.

Lady Lindy per sempre

Negli anni successivi alla tragica scomparsa dell'aviatrice vennero ipotizzate le teorie più disparate sulla sua morte. Una di queste si concentrò sull'eventuale coinvolgimento della Earhart in una missione di spionaggio ai danni dei giapponesi. La teoria, a lungo sostenuta da testimonianze verbali, non trovò mai alcun riscontro oggettivo. Né presso i servizi informazioni delle diverse forze armate statunitensi, né presso le forze armate giapponesi che l’avrebbero catturata, imprigionata e si suppone anche giustiziata insieme al suo navigatore. Sebbene il pioniere dell’aviazione Charles Lindberg abbia svolto missioni di spionaggio a Berlino per conto di Washington sfruttando la copertura concessa dalla fama delle sue imprese, almeno su quel piano Lady Lindy sembrerebbe non averlo voluto "emulare". Secondo le teorie più accreditate invece, la causa del disastro sarebbe da attribuirsi con buone probabilità a un guasto meccanico o all’esaurimento del carburante a causa di un calcolo di navigazione errato che avrebbe portato l'aereo fuori rotta. Il velivolo si sarebbe inabissato, o, secondo un'altra ipotesi, avrebbe tentato un ammaraggio nei pressi dell'atollo di Nikumaroro. Dove, nel 1941, un ufficiale del governo britannico rinvenne uno scheletro al riparo di un grosso albero.

Nel frattempo, Amelia Earhart era stata dichiarata legalmente morta il 5 Gennaio 1939. Aveva sempre saputo a quali rischi sarebbe andata incontro un'aviatrice. Sapeva bene che quando si spicca il volo su un uccello di ferr, ogni giorno può essere l'ultimo. Anche in tempo di pace. Perché il volo è sempre stato il sogno dell'uomo come lo è sempre stato della donna. Ma gli esseri umani non sono fatti per volare. Che ci siano riusciti data la loro caparbietà e abbiano raggiunto vette sempre più alte e distanti in forza della loro coraggio, beh, quello è un altro discorso.

Dopo la sua morte, il marito decise di pubblicare una raccolta dei suoi diari di volo dal titolo The fun of it e Last Flight. Non c'era accenno al saper fare una torta. Né mai si seppe dell'appunto di alcuna ricetta su di essi. A lui, come pure a sua sorella minore Muriel, lasciò una lettera ricordando che se se ne fosse andata, sarebbe stato facendo ciò che aveva desiderato di più al mondo: volare. Fosse tornata a terra, fosse invecchiata in pace e buona salute, forse una buona torta, una volta appeso il giaccotto di pelle al chiodo, avrebbe imparato a farla. Del resto, per quello, basta un forno caldo, uova, farina, e un poco di pazienza.

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