Il solitario e il comunicatore diversamente indispensabili

Ratzinger riflette l'interiorità inquieta della vecchia Europa. Bergoglio invece incarna la gioventù del Sud America e l'immagine più materna della Chiesa

Il solitario e il comunicatore diversamente indispensabili

Forse non si addice a un Papa essere acclamato da Time «personaggio dell'anno». Chi è missionario dell'Eterno non può essere ridotto, in un corso accelerato di secolarizzazione, a star mediatica dell'anno. Vero è che ci sono precedenti tra i papi, ma Giovanni Paolo II, per esempio, fu incoronato personaggio dell'anno sedici anni dopo il suo pontificato. Viviamo un'epoca che soffre di santificazione precoce, come già si vide col Nobel preventivo a Obama, o come è da noi con la popolarità a priori di Renzi, diventato salvatore della patria prima di aver prestato servizio alla medesima. Di solito, la velocità delle santificazioni prelude alla rapidità dei declini.
Però Papa Francesco è davvero il Personaggio dell'anno. Già la scelta di un papa sudamericano, dov'è il maggior serbatoio di credenti per la fede cattolica, è stata accorta sul piano del target. Poi la situazione critica della Chiesa, con le polemiche intorno ai torbidi intrecci finanziari e sessuali, ha generato un'aspettativa di svolta che ne ha facilitato l'exploit. E i primi passi del papato hanno pienamente risposto alle attese. Non nascono da un ufficio marketing della Chiesa, come scherza Crozza, ma sono attenti all'indice di gradimento; il calcolo apostolico non esclude però una certa spontaneità e un genuino fervore. Il Papa diffonde un'immagine positiva intorno a sé, infonde fiducia e una specie di santa allegria, compie un'educazione elementare ma necessaria alla morale.
È difficile tracciare un bilancio del pontificato dopo un periodo che corrisponde a una gravidanza: nove mesi sono davvero pochi per dire cosa è cambiato con Papa Francesco. Ma la sua scelta francescana, il suo papulismo evangelico, i suoi gesti elementari e le sue parole semplici, la sua familiare dimestichezza con Dio, Suo Figlio e la Madre di Lui, il suo preferire la prossimità alla distanza ieratica, rispondono a un bisogno reale della Chiesa, delle folle e dei tempi. Alla Chiesa serve per riconquistare un'affabile popolarità tra la gente e recuperare un'immagine più materna, più affidabile e più casereccia. Alle folle serve per rispecchiarsi nel Papa come «uno di noi» che parla il nostro linguaggio e condivide le nostre preoccupazioni. E i tempi esigono una presenza mediatica globale compatibile con l'audience, con la mitologia televisiva e le aspettative del mercato religioso. Non è giusto considerare Papa Francesco un Pontefice che rompe con la tradizione della Chiesa o rimette in discussione principi, canoni e orientamenti cattolici; ogni sua apertura è sempre avvenuta all'interno di quella sfera dell'ammissibile, al più distinguendo tra l'errore e l'errante - il primo da condannare, il secondo da accogliere - che appartiene al Magistero della Chiesa e non solo dal tempo di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II. È un criterio di realismo duttile che appartiene alla storia millenaria della Chiesa e si adatta alle condizioni, ai linguaggi e ai temi del momento. Il ritorno alle origini, quando un'istituzione è in crisi, è una saggia indicazione che riguarda anche i regni e le repubbliche, lo diceva pure Machiavelli. Invocare dunque il cristianesimo delle origini, lo spirito di povertà delle prime comunità cristiane, è un segno di comprensione del livello di crisi religiosa, istituzionale ed ecclesiastica. Il problema vero è invece un altro: Papa Francesco suscita un vero risveglio spirituale nei popoli o resta invece nella dimensione della simpatia, e dunque nello spirito di «personaggio dell'anno», figura di alto gradimento che ci esorta a essere tutti genericamente più buoni e altruisti? In una società di ipocredenti, com'è quella europea, il suo magistero aiuta a compiere un passo avanti nella riscoperta della fede? Certo, Papa Francesco non porta sulle spalle la stanchezza dell'Europa, la sua vecchiaia disperata. Qui sorge il paragone col suo predecessore dimissionario. Di grande dottrina, di scarsa capacità comunicativa, più teologo che padre, Ratzinger si era posto l'obbiettivo di affrontare i nemici radicali della fede sul piano filosofico e teologico. Era convinto che per risollevare la fede e la Chiesa dalla crisi si dovesse partire proprio dal luogo in cui era sorto il cinismo, l'ateismo pratico e teorico, il nichilismo: l'Europa. Ma la sfida si è conclusa con una disfatta, e non solo perché il Papa vi ha rinunciato, ma perché non è stato scalfito il processo di scristianizzazione. Ratzinger non riuscì a comunicare la sua missione alle genti. Paragonando i due pontefici, diremo che Bergoglio è più vicino alle folle del mondo, Ratzinger è più vicino alla solitudine dei singoli europei. L'ex-papa, sconfitto dal suo tempo, riflette il tormento e l'isolamento di costoro. Se devo figurare la sua solitudine penso al Monaco in riva al mare di Caspar David Friedrich. La sua scelta ascetica e il suo ritiro monastico rispecchiano la solitudine dell'uomo occidentale, ne sono il compimento cristiano e l'apoteosi spirituale. Se il Papa vigente chiama a raccolta le comunità dei fedeli, il suo predecessore riflette chi si è ritirato, come lui, nella solitudine e vive la propria interiorità inquieta in un mondo disabitato dalla fede. Tante volte abbiamo sottolineato il disagio di vedere due papi che vivono paralleli a poca distanza e talvolta s'incontrano, ambedue vestiti di bianco, ingenerando smarrimento ottico e pastorale. E non poche volte abbiamo sottolineato l'incongruenza di un Santo Padre che si dimette dal suo ruolo paterno, abdica alla sua missione pastorale e spezza così la tradizione della Chiesa. Ma se la Provvidenza a volte muta le sventure in grazia, forse un papa dimesso, in disparte e in solitudine, fuori dai riflettori, è vicino al cuore e alla mente di chi non è raggiunto da Papa Francesco e non vive nella comunità ecclesiale. Tacendo, Ratzinger parla alle anime e alle menti dei singoli, immersi o perduti nella solitudine senza appigli dell'uomo contemporaneo. Vorrei quasi dire che le due figure, il Papa in auge e il Papa in disparte, si compensano e si rivolgono a segmenti diversi di contemporanei, le folle e i singoli, i devoti - anche labili e occasionali - e i solitari, magari tormentati e inquieti. Il primo si rivolge loro con le parole, il secondo entra in sintonia spirituale col silenzio. Un Papa sul pulpito e uno in cripta, uno popolare e l'altro esoterico, uno plateale e l'altro interiore, uno in luce e l'altro in ombra, come sud e nord. Chissà se perfino questo assurdo, inedito, tandem papale possa essere letto dai credenti come un disegno divino. I cammini tortuosi e biforcuti della Provvidenza...

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