Le tre vite da ridere di Cetto Albanese

Da giovedì al cinema Tutto tutto niente niente in cui il comico interpreta tre macchiette che, pur appartenendo a episodi indipendenti, compongono un'unica trama, fatta di battute mai offensive e ricche di garbo, pur nel linguaggio sopra le righe

Stefano
Stefano

Politica e corruzione. Escort e femminielli. Sesso, droga e autonomia. Gli spunti che l'Italia anni Dieci, targati terzo millennio, offre al comico ci sono tutti. Nord, Sud e una stupefacente terra di nessuno sono le coordinate geografiche dell'ultima fatica di Antonio Albanese, "Tutto tutto niente niente", da giovedì nelle sale italiane per strappare risate natalizie ai tempi della crisi. Vivaddio, per due ore assente dagli incubi ad occhi aperti o chiusi di tante vite. I tagli affiorano a pelo di satira quando si dice che ormai non ci restano più neanche le forbici, ma in verità non si respira aria di difficoltà economiche tra i fotogrammi di Albanese. Lo spreco - piuttosto - appare in tutto il suo sfolgorante abuso nel bene e nel male, facendo diventare entrambe, storture da schivare.
Cetto Laqualunque, il teorico del "chiùppilupetutti", non è più solo. Lui, politico corrotto e navigato più a suo agio in carcere che in libertà, se non fosse per quella dannata impossibilità di delinquere anche in cella, trova due degni emuli delle sue gesta. Rodolfo Favaretto è un irriducibile del Nord indipendente che fa la tratta dei neri non per sfruttarli nel lavoro, ma per farli combattere nella guerra di secessione del Veneto dal resto del Paese. Sogna una bretella che preveda l'abbattimento delle ville palladiane, ma la sacra conservazione dei capannoni industriali e non riesce ad attuare la magia. Frengo Stoppato è invece un figlio dei fiori. Un "sacerdote" dell'aldiqua. Il sesso non gli importa come a Cetto, ma l'erba lo seduce più di curve vertiginose. Se la salvezza ci regalerà la gioia dopo la morte, prima della morte chi pensa a donarci la gioia... La ricetta di Frengo Stoppato è un piacere cosmico che lo spinge a creare l'isola dello sballo, un progetto che fa a cazzotti con la devotissima madre e una sorella schiava della preghiera. La donna, che viaggia con due ex voto sul petto, vuol fare del figlio un beato da vivo per organizzare un prezioso merchandising col suo culto. Il piano si arena alle soglie della cannabis, con cui il leggero Frengo riesce a travolgere, oltre a mammà, anche preti frati e cardinali.
Tutti in cella, chi per corruzione (Cetto), chi per omicidio razziale (Favaretto), chi per aver importato due quintali di marijuana (Frengo), vengono liberati dal governo che, dopo aver perso tre deputati, ha bisogno di altrettanti yes-men per non affogare. Li trova in quegli sconclusionati pazzoidi, così diversi ma con un tratto comune. Tutti hanno tentato di far politica finendo tra i primi dei non eletti. La strategia si rivela fallimentare. Coperti di ogni agio in cambio di un voto che ricorda tanto la rubrica elettorale del settimanale satirico "Cuore" nei primi anni Novanta dal titolo "Il mio culo per un voto", il terzetto, interpretato da un eclettico Albanese, si perde negli eccessi che diventano la cifra di una satira a tratti prevedibile e a tratti irresistibile. Si arriva così alle volute finali, dove l'epilogo poco conta ma il totale delle liberatorie risate consente di sollevare un morale, in questi tempi troppo più solerte a lanciare l'Sos. Con una politica ritratta per ciò che attualmente è. Roba da ridere. Nulla di più. Ma senza lo scacco di dover leggere in protagonisti di celluloide e relativi atteggiamenti, le sagome speculari della realtà. Con Albanese, si torna liberi. Finalmente liberi di ridere, senza preoccuparsi di colorare perfino le battute. Politicamente, s'intende. Non è poco, di questi tempi in cui tutto sembra dover avere padri e padrini.

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