Delbono non molla Bologna: «Resto anche se mi processano»

nostro inviato a Bologna

Sono le due del pomeriggio quando Flavio Delbono, nervosissimo con i giornalisti, lascia il palazzo della Procura. Cinque ore di interrogatorio nell’ufficio al terzo piano del pm Morena Plazzi sul Cinzia-gate. «Assoluta correttezza di comportamento e se sarò rinviato a giudizio non mi dimetterò», dice all’unisono con l’avvocato Paolo Trombetti. I due erano arrivati carichi di ricevute e citando «elementi testimoniali» per smontare le accuse dell’ex compagna-segretaria: l’allora vicepresidente della Regione Emilia Romagna la portò in vacanza all’estero figurando di essere in missione, caricando le spese sulla Regione (di cui era vicepresidente) e incassando la diaria.
La versione di Flavio, indagato per peculato, abuso d’ufficio e truffa aggravata, è che in cinque di questi viaggi (Pechino, New York, Gerusalemme, Parigi, Praga) le spese pagate con la carta di credito della Regione erano tutte di rappresentanza. Di una sesta trasferta, una settimana in un villaggio turistico di Cancun (Messico) nel 2005, ha squadernato l’elenco degli incontri con le autorità locali, anche se Cinzia Cracchi dei politici messicani ha raccontato di non aver visto l’ombra.
L’unico problema riguarderebbe una settima spedizione: Delbono doveva partecipare a un convegno sulla globalizzazione a Città del Messico, poi però decise di andare in vacanza a Santo Domingo. «Per un’incomprensione gli uffici hanno commesso un errore»: mandarono avanti la pratica liquidando la diaria. In Regione Emilia Romagna i controlli quasi non esistono perché gli assessori autocertificano le trasferte, cioè segnalano il viaggio alla giunta che prende atto e al ritorno vengono rimborsati a piè di lista. «Restituirò al più presto quei soldi, circa 400 euro, frutto di un disguido e non di un disegno criminoso», ha detto il sindaco. Perché non l’ha fatto subito?
Questi chiarimenti hanno preso due ore. Nelle altre tre Delbono ha reso al pm Plazzi «dichiarazioni spontanee» su questioni per le quali non è indagato anche se la procura sta svolgendo verifiche approfondite: i recenti incontri con Cinzia a cui avrebbe offerto soldi e favori perché tacesse, i viaggi istituzionali in Bulgaria (16 in cinque anni) dove il sindaco ha investito in immobili, il bancomat avuto da un amico e messo a disposizione dell’amica.
È questo il capitolo più oscuro. La tessera preleva da un conto intestato a Mirco Divani, militante dell’ala migliorista del Pci e compagno di «salsicciate» di Delbono. «Ma i soldi erano miei - ha detto ieri il sindaco di Bologna tra mille imbarazzi - glieli avevo anticipati per l’acquisto di una multiproprietà che non è andato in porto». La restituzione di un prestito, insomma. Quanti? «Poca cosa, dieci», ha detto il suo avvocato probabilmente intendendo diecimila euro.
Ma gli interrogativi sono ancora parecchi. Diecimila euro sembrano pochi, visto che Cinzia poteva prelevare col bancomat fino a mille euro mensili ed ebbe la carta per quattro anni. E poi perché Divani, un tecnico informatico, aveva un conto presso un istituto (Farbanca) con un unico sportello e operatività specifica per farmacisti e professionisti della sanità?
Il legame sono alcuni appalti nella sanità regionale vinti da Divani quando Delbono era vicepresidente. In questi anni la Regione ha lanciato due programmi per informatizzare la medicina pubblica: il progetto Pharmacard (prenotazione di visite ed esami nelle farmacie via computer) e il progetto Sole che mette in rete le migliaia di medici e pediatri emiliano-romagnoli. Un investimento di 34 milioni di euro più otto milioni annui per la gestione del Cup, il centro unico di prenotazione (dove Delbono ha piazzato la Cracchi dopo la rottura della relazione). Tutto è nelle mani di una società finanziaria pubblica, Cup2000 spa, nella cui sede la Digos ha acquisito l’altro giorno la documentazione degli appalti. Compresi quelli vinti dalla Connex Card Technologies, una srl di Divani ora passata a moglie e figli.
Su questi flussi di denaro, e sul sospetto che possano essere alimentati da fondi neri, si concentra ora l’attenzione dei magistrati, oltre che sui litigi tra ex amanti, i viaggi a spese dei contribuenti e forse l’abuso di foresterie e auto blu. Perché un informatico ha un conto nella banca dei farmacisti? Da dove arrivavano i soldi? Erano davvero denari privati? Mirco Divani sapeva che Cinzia Cracchi poteva prelevarli liberamente? Come mai oggi dice che non ridarebbe più la tessera bancaria all’amico che glielo chiese «come favore»? E perché, appena scoppiato lo scandalo, Mirco Divani è partito per la Romania, non lontano dagli interessi immobiliari bulgari di Delbono? Deve davvero «vendere diecimila paia di jeans», come ha spiegato al Carlino?
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