Metamorfosi. Ovidio e le arti. È il nome del progetto espositivo allestito fino al 20 settembre negli spazi della Galleria Borghese, per la curatela di Francesca Cappelletti e Fritz Scholten, dopo essere stato presentato al Rijksmuseum di Amsterdam. Il dialogo tra le due istituzioni ha prodotto una mostra complessa e stratificata. La Villa Pinciana di Scipione Borghese è sin dalla concezione della collezione una sorta di luogo metamorfico, in cui il mito rifluisce all'interno del tempo storico. Quando, nel XVIII secolo, Antonio Asprucci riorganizzò le stanze, ponendo i grandi gruppi del Bernini al centro delle sale, e facendo realizzare un apparato decorativo ispirato al poema di Ovidio, l'edificio divenne esplicitamente una sorta di casa delle Metamorfosi: un dispositivo in grado, proprio come il poema, di raccontare la storia dell'uomo attraverso un compendio enciclopedico del mito.
Le Metamorfosi hanno sempre fatto discutere per la difficoltà di mettere a fuoco il tema portante. Nell'ultimo dei quindici libri Ovidio riporta un discorso di Pitagora, che parla di trasmutazione dell'anima di corpo in corpo. Ma è davvero questo il senso del poema? Di certo nessun altro testo dell'antichità metteva insieme un repertorio così vario di storie (duecentocinquanta) già tradotte in immagini in movimento, proprio perché ciascuna di esse racconta una trasformazione. La cultura cattolica vi applicò una lettura allegorica e morale, ma, liberato da quella sovrastruttura, il poema svela pienamente il suo carattere postmoderno ante litteram, generando episodi perfettamente autonomi, che parlano di amore, desiderio, punizione, violenza.
La mostra ha il suo abbrivio in una scenografica rappresentazione della Creazione, che vede convivere le sculture di Rodin (La Terra) e Brancusi (Prometeo), un pezzo straordinario in legno di bosso di Jan Pietersz Beelthower, che raffigura Il disordine dei quattro elementi, sorvegliate dagli enigmatici bozzoli di alghe, polimeri e colori acrilici della coreana Anicka VI, all'interno dei quali sembrano volare insetti meccanici. I singoli pezzi sono forse più interessanti del tentativo di legarli in una forma installativa coerente. Nella sala dell'Apollo e Dafne di Bernini le finestre sono state schermate con tende che richiamano i colori della mostra, e il gruppo di marmo finisce così per essere immerso in un nuovo gioco chiaroscurale, con un forte effetto di movimento. Una piccola, poetica tavola del Pollaiolo, prestito della National Gallery, raffredda lo slancio della scultura inscenando la storia con sobri toni favolistici. Neppure una strana inquadratura in materiale che apparirebbe più consono in un cinema multisala riesce a rovinare il confronto forbito tra il Ratto di Proserpina e un Ercole e Cerbero del Museo Pio Clementino. Bernini si era formato sul restauro dell'antico, distanziandosi dal tardo manierismo del padre, e sembra di assistere a un dialogo tra contemporanei. La figura del cane a tre teste torna in uno straordinario dipinto illusionistico di Agostino Carracci, e il carattere ctonio e drammatico di questa sezione ha una sorta di chiosa nella scena di Orfeo e Euridice in cui Rubens intende rievocare la stagione finale di Tiziano, i suoi timbri metallici, i bagliori notturni e corruschi vapori inferi, con un Cerbero dalle fattezze indubbiamente più domestiche (quasi un bassotto triplicato nella penombra).
Una delle grandi metafore del poema è quella della tessitura. Nel mito di Aracne Ovidio sembra voler cogliere la qualità dell'arte poetica, che trasforma le parole in immagini. Tintoretto mostra la giovane tessitrice al telaio, sotto gli occhi di Minerva, mentre Rubens sceglie di concentrarsi nel momento in cui la dea punisce la ragazza, invidiosa del suo talento, e la trasforma in ragno, condannandola a tessere la propria tela per l'eternità. L'arazzo con la scena di Diana e Proci di Karl Van Mander, o quelli delle manifatture di Gobelins, traducono brani del testo in raffinati intrecci tessili, e introducono la parte più preziosa della mostra, che tocca il tema dell'amore e delle sue mutazioni. È ancora Rodin il protagonista, allorché restituisce in una figura femminile che emerge lentamente dalla pietra grezza la storia di Pigmalione, il quale crea una statua a immagine della donna che vorrebbe amare, e fatalmente se ne innamora.
La vicenda di Leda e il Cigno è illustrata da un memorabile accostamento tra un'elegantissima scultura dell'Ammanati e il dipinto di caldissima intimità della National Gallery, attribuito a Michelangelo. La sala conclusiva, al cospetto di Amor sacro e Amor Profano di Tiziano, vive del dialogo tra l'Arazzo Millefleurs (fine XV secolo) con Narciso, proveniente da Boston, e un idilliaco Eco e Narciso di Poussin, già perso in un'egloga pastorale.
La
metamorfosi si rivela essere così paradossalmente una categoria estetica immutabile, capace di interrogare il rapporto tra la materia e una forma instabile e irrequieta, in perenne evoluzione, nell'immagine e nel significato.