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Arte e Storia

La resa dei conti che insanguinò la Resistenza attorno a Salò

Mimmo Franzinelli analizza le tensioni e le violenze che caratterizzarono la lotta partigiana nel Bresciano, ben oltre il 25 aprile

122a Brigata Garibaldi partigiani

A lungo, la neonata Repubblica italiana ha elevato la Resistenza a mito fondativo per legittimarsi e ricucire una nazione distrutta. Questa narrazione pubblica ha dipinto la lotta di Liberazione come un’epopea corale e immacolata, esente da ombre. Non si è trattato di un caso, ma di una precisa necessità politica. Per difendere le fondamenta del nuovo Stato democratico e disarmare la propaganda nostalgica era indispensabile vantare un’origine incontaminata. Per decenni, l’analisi delle pieghe più oscure della guerra civile è stata così sacrificata sull’altare della pedagogia civile. Si deve a Claudio Pavone, Una guerra civile (1991) il merito di aver operato una metta svolta metodologica nello studio della Resistenza. Pavone ha introdotto la scomposizione della Resistenza in tre conflitti simultanei e intrecciati: la guerra patriottica contro l’occupante tedesco, la guerra civile contro il fascismo collaborazionista e la guerra di classe. Nel solco tracciato da questa pietra miliare si colloca il saggio di Mimmo Franzinelli, La resa dei conti. Dalla guerra civile alla violenza postbellica. Il caso di Sant’Eufemia (Mondadori). Franzinelli sceglie come osservatorio privilegiato la provincia di Brescia. Non si tratta di un teatro di guerriglia qualunque, bensì del cuore nevralgico della Repubblica Sociale Italiana, il territorio in cui il regime di Salò aveva insediato le sue sedi principali, compresa la residenza di Benito Mussolini.

La lotta partigiana è stata certo ispirata dal proposito di riscattare l’Italia dal fascismo. Tuttavia, non si può sottacere che una guerra clandestina possiede la fenomenologia della brutalità che inverte i più nobili criteri morali: in questo contesto, l’atto di uccidere cessa di essere una colpa e si trasforma in un merito. Quando questa logica si applica poi non a un fronte convenzionale, ma si frammenta nei boschi, sulle montagne e nelle città, coinvolgendo la popolazione civile, tutto diventa ancora più atroce. Franzinelli esce dalla visione edulcorata e oleografica della Resistenza, senza nulla togliere al suo fondamentale valore politico, ma affrontandone l’inevitabile dimensione tragica.

il caso di Sant’Eufemia, una ‘zona franca’ alla periferia est di Brescia, dove nei giorni immediatamente successivi al 25 aprile 1945, le scuole elementari del paese vengono trasformate nel quartier generale della 122ª Brigata Garibaldi, alla cui guida si impone una figura emblematica, oscura, e criminale come Luigi Guitti, assume un valore straordinariamente rappresentativo per rileggere l’intero fenomeno resistenziale. I documenti d’archivio mostrano come, fino all’autunno del 1944, Guitti, universalmente noto con il nome di battaglia di ‘Tito’ o ‘Tito Tibegia’, avesse seguito un itinerario di ribellione. Un uomo violento, con un passato di espedienti e di illegalità comune. Una vita contrassegnata da una strutturale mobilità tra la delinquenza comune e una militanza politica sovversiva. Questa permeabilità solleva un nodo storiografico centrale: il confine labile tra il cosiddetto ‘banditismo sociale’ e le necessità della guerra clandestina, dove azioni di recupero e svaligiamenti venivano giudicati legittimi espropri o puri atti criminali a seconda dell’osservatore.

L’incontro con il commissario comunista Leonardo Speziale determina la svolta, offrendo a Guitti un’inedita possibilità di vita attraverso il passaggio «dal singolo al collettivo, organizzativamente, militarmente e politicamente». Tuttavia, questa transizione modifica solo parzialmente la sua indole profonda. Il rafforzarsi del suo mito sul campo - alimentato da azioni temerarie come l’aver affrontato da solo a colpi di mitra il Comando fascista della Bornata - trasforma il personaggio folcloristico di «Tito Tobegia» nel temibile comandante «Tito» della 122ª Brigata Garibaldi, celebrato per il suo ardimento. Ma l’ascesa di Tito al vertice del comando garibaldino non fu l’esito naturale di un riconoscimento ideologico, ma il frutto di una dura forzatura personalistica ai danni dell’antagonista Giuseppe Gheda («Bruno») e, soprattutto, di una spietata strategia centralizzata. La dirigenza comunista della Val Trompia considerava quel territorio strategicamente troppo importante per lasciarlo a una leadership spontanea, che non offriva garanzie di fedeltà assoluta al partito. Venne così attuata una precisa strategia di «decapitazione» delle formazioni rivali o autonome, mirata all’eliminazione fisica dei comandanti non allineati affinché i loro gregari confluissero forzatamente nella Brigata Garibaldi.

L’esempio più drammatico di questa logica è l’assassinio del partigiano russo Nicola Pankov. Pankov, uomo intelligente, coraggioso epopolare, rappresentava una leadership autonoma inaccettabile per l’egemonia comunista. Tito organizzò una spedizione omicida stringendo d’assedio la cascina, dove il russo era ospitato. Mentre questi tentava di allontanarsi, gli esplose alle spalle tre colpi di mitra alla schiena. Su queste morti fratricide l’imbarazzo ufficiale delle associazioni antifasciste è rimasto storicamente notevole, preferendo per decenni il silenzio.

Il microcosmo di Sant’Eufemia diventa straordinariamente rappresentativo per comprendere come la violenza del dopoguerra non sia nata da un vuoto morale, ma sia l’esito di una catena causale di traumi e di vendette. Franzinelli sostiene che l’esplosione di violenza culminata nell’eccidio di Sant’Eufemia del maggio 1945 (dove 23 fascisti o presunti fiancheggiatori, prelevati a Lumezzane e Toscolano, furono seviziati e uccisi) risulta incomprensibile senza il prologo avvenuto il 19 aprile sul Corno del Sonclino. In quella località, durante un rastrellamento, le forze fasciste della Divisione «San Marco» e della Gnr catturarono sei giovanissimi partigiani presso la cascina Campo di Gallo. I prigionieri vennero sottoposti a inaudite violenze e torture. La memoria collettiva di quell’orrore innescò la resa dei conti. La riconsiderazione di queste vicende libera la Resistenza dalle deformazioni della propaganda e dalla retorica celebrativa. Restituisce la lotta di liberazione alla realtà di un’esperienza tragica, segnata da violenze disumane proprie di una guerra civile, prolungatasi ben oltre il 25 aprile.

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