Dialogare con gli arabi, parlando italiano

nostro inviato a Il Cairo
Svolgono un lavoro difficile, spesso oscuro, sono raramente al centro dell’attenzione mediatica (se non quando scoppiano polemiche per la nomina di qualche direttore), hanno obiettivi ambiziosi a fronte magari di risorse non adeguate e di situazioni contingenti sfavorevoli; eppure sono strutture determinanti per la diffusione - attraverso convegni, traduzioni, mostre, festival - della cultura italiana nel mondo, un patrimonio che peraltro dovrebbe essere il fiore all’occhiello del nostro Paese. Sono gli istituti italiani di cultura all’estero, in questi giorni protagonisti della quinta «Settimana della lingua italiana nel mondo» appena conclusa. L’iniziativa, nata nel 2001, è promossa dal ministero degli Esteri in collaborazione con l’Accademia della Crusca e coinvolge 93 istituti distribuiti nei vari continenti. Quest’anno il tema era «La lingua italiana tra narrativa e cinema», argomento al centro di convegni e tavole rotonde, come quella che qui al Cairo è stata coordinata da Roberto Carnero dell’Università Statale di Milano e che ha affrontato, da una parte, il non sempre facile passaggio dall’opera letteraria a quella cinematografica (esemplare la testimonianza di Enrico Brizzi, il cui fortunatissimo romanzo d’esordio Jack Frusciante è uscito dal gruppo, del ’94, non ha avuto invece altrettanto successo sullo schermo) e dall’altra i diversi linguaggi settoriali (della scuola, della famiglia, dello sport) per come libri e film sono in grado di rappresentarli.
Ma l’appuntamento del Cairo ha avuto un altro risvolto, e cioè capire in che misura la lingua italiana è presente in un Paese “di frontiera” tra Europa e mondo arabo come l’Egitto (tra l’altro l’istituto di cultura del Cairo, diretto da Adelia Rispoli, è un punto di osservazione privilegiato in quanto coordina anche quelli di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Libano e Siria). I dati, che per certi versi rappresentano una sorpresa, confermano la grande vitalità della nostra lingua in un Paese, l’Egitto, che ci ha sempre amato (l’italiano fu la lingua ufficiale delle relazioni diplomatiche agli inizi dell’800), anche grazie al fatto che oggi l’Italia, qui, è il primo Paese per presenza di turisti (un milione all’anno, all’ombra delle Piramidi o al sole di Sharm El Sheikh) e il terzo per investimenti, come sottolinea l’ambasciatore al Cairo, Antonio Badini.
Secondo Angelo Gioè, addetto agli affari culturali, nel 2004 sono stati quasi 5mila gli studenti egiziani delle scuole superiori che hanno scelto l’italiano come seconda lingua (il doppio rispetto all’anno precedente), a discapito soprattutto del francese, ormai in declino. A questi vanno aggiunti altri 2mila tra ragazzi e ragazze che frequentano il dipartimento di italianistica (e quindi scelgono l’italiano come prima lingua straniera) dell’Università di Ain Shams del Cairo, e quasi altrettanti quelli che frequentano i corsi di italiano dell’Istituto di cultura. Senza contare le scuole per egiziani gestite dai Salesiani nella capitale e ad Alessandria.
Significativa, infine, la “penetrazione” della nostra letteratura in Egitto. Proprio l’istituto diretto da Adelia Rispoli ha da poco firmato con il ministero della Cultura egiziano un accordo che prevede la traduzione, nel corso dei prossimi tre anni, di 30 opere scelte dal nostro patrimonio letterario: dai Canti di Leopardi a Svevo, da Ungaretti a Pavese, dai titoli “a tema” come Il consiglio d’Egitto di Sciascia o Il fascino dell’Egitto di Marinetti, fino a Rea, Tabucchi e Del Giudice. Opere che entreranno nel pantheon dei classici italiani già conosciuti in Egitto: Pirandello e Moravia in particolare, e poi De Amicis, Buzzati, i “recenti” Eco e Tamaro e, inaspettatamente, De Filippo e un “minore” di razza come Annie Vivanti.

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