La guerra dei droni ha creato una nuova dipendenza industriale tra Russia e Cina. C’entrano materie prime, componenti e tecnologie a doppio uso che permettono a Mosca di continuare a produrre in grandi quantità i suoi velivoli senza pilota. L’ultimo caso riguarda una società statale cinese e uno stabilimento russo legato a Rosatom: una connessione che, se confermata nella sua portata, rende molto più concreto il ruolo di Pechino nella macchina bellica russa. Ecco che cosa sappiamo.
L’asse dei droni
Il caso più significativo è emerso da un’inchiesta di Politico e realizzata insieme al Telegraph sulla base di documenti interni russi di trasporto e dogana. Ebbene, secondo quei documenti, nei primi mesi del 2026, la Jilin Chemical Fiber Group, società statale cinese specializzata nella produzione di fibre chimiche, avrebbe spedito in Russia circa 46 tonnellate di precursore di poliacrilonitrile (PAN).
Il destinatario indicato sarebbe Alabuga-Volokno, azienda controllata da Rosatom e attiva nella produzione di fibra di carbonio nella zona economica speciale di Alabuga, in Tatarstan. Il materiale fornito dalla Cina è alla base della fibra di carbonio utilizzata per realizzare strutture leggere e resistenti, comprese quelle dei droni d’attacco russi della famiglia Geran, sviluppati a partire dal modello iraniano Shahed.
I documenti, inoltre, avrebbero classificato la merce con un codice doganale associato alle fibre sintetiche civili, anziché con quello relativo a un prodotto a doppio uso. La documentazione è stata raccolta dall’Ukrainian Security and Cooperation Centre e condivisa con i governi statunitense e britannico.
Cosa succede fra Russia e Cina
Il materiale sarebbe sufficiente per produrre la fibra di carbonio necessaria a circa 1.300 droni kamikaze. Il punto centrale, però, non è soltanto la singola spedizione. È il tipo di rapporto industriale che emerge dietro quei 46 tonnellate di materiale. La Russia produce ormai una parte consistente dei propri droni d’attacco sul territorio nazionale, ma la sua industria bellica continua ad avere bisogno di forniture estere per mantenere i ritmi di produzione.
La Cina rappresenta in questo schema un elemento decisivo perché controlla una parte enorme delle filiere mondiali necessarie alla costruzione dei droni: batterie, elettronica, magneti, semiconduttori, fibre e numerose altre materie prime o componenti. Il Center for Strategic and International Studies ha infatti sottolineato che praticamente ogni drone impiegato nella guerra in Ucraina, dai piccoli quadricotteri utilizzati per la ricognizione fino alle munizioni circuitanti a lungo raggio, dipenderebbe in qualche misura da materiali provenienti dalle filiere cinesi.
Una connessione diretta?
Il caso Jilin-Alabuga rappresenta una possibile connessione diretta tra un’impresa statale cinese e uno stabilimento russo inserito nella catena produttiva dei droni da guerra. Per anni Kiev e i governi occidentali hanno denunciato la presenza di componentistica cinese nei sistemi d’arma russi. Le autorità ucraine hanno continuato a mostrare circuiti, motori, sensori e altri elementi di origine cinese recuperati dai missili e dai droni impiegati negli attacchi.
A maggio, il commissario ucraino per la politica delle sanzioni Vladyslav Vlasiuk aveva spiegato che i droni russi contenevano il maggior numero di componenti di fabbricazione cinese e che Mosca stava sostituendo progressivamente alcuni elementi occidentali con alternative cinesi. La nuova documentazione suggerisce che il rapporto possa essere ancora più profondo e riguardare anche le fondamenta materiali della produzione.
Materiali strategici
Per capire perché il precursore PAN sia così importante bisogna guardare dentro la struttura del drone. La fibra di carbonio permette infatti di ottenere componenti estremamente resistenti ma allo stesso tempo leggeri, una caratteristica essenziale per un velivolo senza pilota destinato a percorrere centinaia o migliaia di chilometri. Il materiale viene utilizzato per rinforzare ali e parti interne del drone, comprese strutture che ospitano motore e serbatoio.
Alabuga-Volokno è inserita nella divisione UMATEX di Rosatom dedicata ai materiali avanzati e ai compositi e si trova in un’area industriale diventata uno dei centri della produzione russa di droni a lungo raggio. La Russia ha trasformato progressivamente Alabuga in un polo per la fabbricazione di sistemi Geran, cioè la versione russa dei droni Shahed di progettazione iraniana. Le sanzioni occidentali hanno colpito da tempo le aziende legate alla struttura produttiva di Alabuga e Rosatom, ma questo non ha impedito alla filiera di continuare a funzionare.
Dal canto suo Pechino nega di fornire armi alla Russia e respinge l’interpretazione secondo cui le proprie aziende statali starebbero alimentando direttamente la guerra contro l’Ucraina. L’ambasciata cinese a Washington ha definito le accuse un tentativo di “diffamare” e di trasformare la Cina in un capro espiatorio, ribadendo che Pechino non avrebbe mai fornito armi letali alle parti in conflitto e che controlla gli articoli a doppio uso. Anche Rosatom ha respinto le accuse, sostenendo che le proprie società operano nel rispetto delle leggi e delle normative applicabili.
Sarebbe dunque questo il vero filo rosso che lega oggi Cina e industria dei droni russa, una rete di dipendenze che attraversa materie prime, componentistica, tecnologia e logistica. La guerra in Ucraina ha trasformato i droni in prodotti industriali di massa e ha dimostrato che la capacità di produrli rapidamente può essere importante quanto la disponibilità di missili o carri armati. La Russia lo ha capito e ha costruito una filiera domestica sempre più ampia; per farlo, però, deve continuare ad acquistare dall’estero ciò che non riesce a produrre in quantità sufficienti. E qui la Cina occupa una posizione difficilmente sostituibile.
