Gli Agnelli si prendono l'«Economist»

Exor sale al 43,4% e diventa il primo azionista, ma c'è il tetto ai diritti di voto. Ora occhi sul «Corriere»

di Pierluigi Bonora

La famiglia Agnelli, tramite la «cassaforte» Exor, sale dal 4,7% al 43,4% e diventa principale azionista de L'Economist . Per la quota acquisita da Pearson Group (6,3 milioni, il 27,8%, di azioni ordinarie, e 1,26 milioni, il 100%, di azioni speciali di categoria B), il presidente John Elkann staccherà un assegno di 405 milioni, che si vanno ad aggiungere ai 6,9 miliardi di dollari serviti per accaparrarsi il colosso delle riassicurazioni PartnerRe. Per Exor è stata un'estate caldissima e di ribilanciamento degli interessi di casa Agnelli. L'esito della trattativa sul magazine ha come conseguenza che i tre media di riferimento inglesi - Times , Financial Times e L'Economist - abbiano ora come principali azionisti gruppi esteri (l'australiano Rupert Murdoch, i giapponesi di Nikkei e l'italiana Exor). Senza dimenticare l'agenzia Reuters , fusasi nel 2008 con la canadese Thomson.

L'impegno di Elkann nell'editoria, contando anche Rcs e La Stampa , fa parte di una tradizione di famiglia: dal bisnonno, senatore Giovanni Agnelli, ha infatti ereditato La Stampa , mentre dal nonno, l'Avvocato, la presenza nel gruppo che edita il Corriere della Sera . E ora il colpo su L'Economist , con il plus di essere primo azionista di una testata che fa dell'autonomia il proprio successo e anche il proprio business. Nel 2014 i suoi investitori hanno incassato una cedola di 40 milioni di sterline, che per Exor ha significato 2,5 milioni di euro. «Siamo lieti di confermare il nostro ruolo di azionisti di lungo termine a sostegno del gruppo, insieme alle famiglie Cadbury, Layton, Rothschild e Schroder, e ad altri singoli investitori stabili - il commento a caldo di Elkann, presidente di Exor e amministratore non esecutivo di The Economist -; la decisione del gruppo di investire insieme a noi, mediante l'acquisto di azioni proprie, ci rende ancora più convinti dei meriti del nostro investimento, in quanto segno della fiducia in un futuro brillante e redditizio». All'atto della firma degli accordi (ad assistere Exor lo studio Pedersoli e Associati) le parti hanno stabilito, previo l'ok degli azionisti, la modifica dello statuto de L'Economist allo scopo di limitare al 20% i diritti di voto di ogni singolo azionista e per garantire che nessun singolo individuo, o società, possa detenere più del 50% delle azioni del gruppo.

I valori editoriali del giornale, inoltre, continueranno a essere presidiati dai suoi trustees indipendenti. Exor, a questo punto, controllerà la società in modo paritetico con l'altro socio forte, de Rothschild (21%). La stessa holding finanzierà l'operazione con liquidità disponibile e la chiusura del tutto è attesa nel quarto trimestre. Elkann, al cda di Exor del 28 agosto sulla semestrale, relazionerà i consiglieri sui due investimenti appena conclusi: PartnerRe e L'Economist .

E ora? Mentre crescono le sinergie La Stampa - Secolo XIX, testate riunite nella Italiana Editrice (77% Fca), a fine mese è previsto un nuovo cda di Rcs, gruppo che vede sempre Fca, di cui Elkann è presidente, primo azionista. Nei corridoi di via Solferino c'è chi si chiede se l'impegno maggiore degli Agnelli ne L'Economist possa avere ripercussioni su Rcs, dove il forte peso di Fca nell'azionariato a qualcuno continuerebbe a risultare indigesto. Elkann, comunque, guarda avanti e, ufficialmente, continuerebbe a sostenere l'ad Pietro Scott Jovane. In attesa di accogliere nella «cassaforte» Exor il gioiello Ferrari.

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