Per mesi OpenAi è stato alla ricerca di un corpo. Nei corridoi della Silicon Valley si è parlato di uno smart speaker (simile all'Alexa di Amazon), un dispositivo in grado di percepire l'ambiente circostante dell'utente o, addirittura, un telefono. C'era anche chi scommetteva su un'estetica molto minimalista, simile a quella dei prodotti Apple, dopo che Sam Altman (nella foto) aveva rilevato IO, ovvero la società fondata da Jony Ive, il papà dell'iPhone.
Oggi quell'enigma ha finalmente una risposta, ma non è quella che l'imprenditore sperava di dare. La forma dell'hardware di OpenAi, al momento, è quella di una citazione in giudizio.
Venerdì Apple ha depositato una causa presso la Corte Distrettuale della California, accusando OpenAi di appropriazione indebita di segreti commerciali e violazione contrattuale. Secondo il ceo Tim Cook e come sottolineato nella causa, la nascente divisione hardware della startup "poggia ora su fondamenta estremamente instabili, minate alla radice dal ricorso illegale a segreti commerciali sottratti proprio ad Apple".
Nello specifico la società di Cupertino accusa OpenAi di aver trasformato i colloqui di selezione in vere e proprie sessioni di "esproprio" informativo, chiedendo ai candidati provenienti da Apple - considerando che oggi più di 400 dipendenti della startup arrivano proprio da lì - di condividere dettagli sui progetti segreti e, in alcuni casi, anche di portare fisicamente componenti di dispositivi e prototipi.
Al centro della tempesta ci sono due ex dipendenti, oggi figure chiave nell'impero costruito da Altman: Tang Tan, cofondatore di IO e per 24 anni il designer dei prodotti Apple, e l'ingegnere elettrico Chang Liu. Il primo è stato accusato di aver istruito i suoi ex colleghi su come eludere le procedure di sicurezza di Apple e il secondo di aver indicato quali file segreti studiare prima di presentarsi ai colloqui con OpenAi.
Ora la richiesta di Apple è chiara: bloccare l'uso di questi segreti commerciali e restituire tutta la proprietà intellettuale. Una mossa che avrebbe un duplice effetto sulla startup: da una parte rischia di mandare all'aria il lancio dei primi dispositivi, previsto entro fine anno, o per lo meno posticiparlo di parecchi masi, e poi di complicare la sua imminente e attesissima quotazione a Wall Street (Ipo), già presentata in via riservata.
Ma al di là delle aule di tribunale, questo scontro sancisce la fine
della tregua. Addio al piano di portare ChatGpt su tutti gli iPhone, già in bilico negli ultimi mesi con l'aggordo siglato da Cook con Google, e posticipato il piano di Altman di lasciarsi alle spalle l'era dello smartphone.