Coppola, il «furbetto» che visse due volte, ora chiede 1,2 miliardi

Coppola, il «furbetto» che visse due volte, ora chiede 1,2 miliardi

A breve Danilo Coppola tornerà in tribunale a Roma. Lo stesso che sei anni fa lo aveva portato dritto a Rebibbia con una condanna per bancarotta fraudolenta della sua Micop, la società con cui l'immobiliarista romano faceva affari durante l'estate dei «furbetti del quartierino». Dopo due anni di detenzione - tra carcere, ospedale ed arresti domiciliari - Coppola è stato assolto in appello con formula piena in parallelo alla decisione della Cassazione di annullare il fallimento di Micop. I fasti sono lontani come i valori del mercato immobiliare, ma è lo stesso Coppola a precisare che ancora oggi il suo gruppo macina 80-100 milioni di ricavi e dà lavoro a 180-190 dipendenti, «assunti a tempo indeterminato» tra la capogruppo, una quarantina di controllate e le newco per i progetti specifici. La sua famiglia sta seguendo la realizzazione dell'area di Porta Vittoria a Milano. L'impegno previsto è pari a 230 milioni, sostenuto tra mezzi propri e una linea di credito del Banco Popolare, per costruire 150mila metri quadri tra residenze e uffici; la consegna è prevista nell'aprile del 2014. Il gruppo è poi impegnato nella ristrutturazione di alcuni centri commerciali ubicati sulle strade consolari che circondano Roma e dell'Hotel Cicerone, a due passi dal Vaticano, oltre che sulla riorganizzazione di alcuni rami aziendali. Ora Coppola deve rispondere del fallimento di altre nove società satellite di Micop sempre per debiti fiscali, malgrado queste «siano tutte in bonis», precisa l'imprenditore che ritiene di essere stato «vittima delle decisioni a tavolino» della Procura.
All'apice dello sviluppo il gruppo aveva quasi 600 addetti: «Secondo il parere redatto da tecnici esterni, ho subito un danno pari a 1,2 miliardi solo per quanto riguarda la distruzione di patrimonio», prosegue Coppola: «I miei avvocati stanno studiando una causa di risarcimento, ed è probabile che destinerò parte del ricavato in beneficenza».
La memoria torna a quando Coppola aveva comperato l'Ipi da Luigi Zunino, a sua volta fresco acquirente dalla famiglia Agnelli. Era l'epoca dei furbetti del quartierino, tra i due immobiliaristi gli scambi di asset sono frequenti, come accadde per una porzione dell'area Falck di Sesto San Giovanni e, sempre a Milano, per il palazzo di via Montenapoleone: vecchia proprietà Ras, Coppola versa 45 milioni in contanti per rilevare l'edificio dalla famiglia Zunino, divenuta proprietaria dell'immobile per 28 milioni finanziati dall'allora Banca Intesa. L'edificio è poi trasferito al valore nominale di 50mila euro a Chiaravalle e quindi venduto. Coppola, che ha una rete societaria con avamposti in Lussemburgo arriva a controllare il 5% di Mediobanca. «Il mio obiettivo era diversificare», insiste ora, specificando che era entrato nella merchant bank di Piazzetta Cuccia con un'ottica «di lungo termine» e per «cambiare tante cose nei sistemi di potere». «Non sono uno speculatore, ho sempre dato lavoro nella veste di imprenditore», precisa allontanando anche i dubbi sul frenetico passaggio di asset a valori sempre più pesanti. «A comandare è oggi come allora il mercato immobiliare».
L'altro fronte aperto è quello del gruppo “PerlaFinanza“, che a dicembre ha interrotto le pubblicazioni di tutte le sue testate, spingendo i dipendenti verso la Cassa integrazione: «Il carcere mi ha impedito di dedicarmi a fondo ma dal 2005 ad oggi la mia famiglia ha investito 30 milioni in questa iniziativa. Il giudice sta vagliando il piano, faremo il possibile».

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