Mediobanca e Generali, scintille in Borsa

Titoli in forte rialzo. Il mercato crede a una battaglia. E Bolloré non vuole più vendere

Mediobanca e Generali, scintille in Borsa

La «scalata» di Leonardo Del Vecchio a Mediobanca ha ieri dato i suoi primi esiti in Borsa. Il mercato scommette sulla battaglia sia in nella banca d'affari, sia per le Generali, di cui Piazzetta Cuccia detiene il 13%. Le azioni Mediobanca hanno chiuso in rialzo dell'8% a 6,3 euro; quelle del Leone sono salite del 3,2% a ridosso dei 13 euro. Segno che, soprattutto per Generali, gli investitori manifestano interesse speculativo.

Delfin, la holding di Del Vecchio, ha confermato di aver presentato la richiesta alla Bce per salire dal 9,9% al 20% di Mediobanca e lo scenario più battuto è quello che, nel medio termine, l'obiettivo sia un riassetto del capitale di Generali. Non a caso circolavano ieri in Borsa le voci di un piano per aggregare Trieste con il gruppo Zurich, dove lavora l'ex ad di Generali Mario Greco. Un'operazione che però, al momento, vede il Leone capitalizzare meno della metà del gruppo svizzero.

L'attenzione è sulle intenzioni di Del Vecchio e sulle contromosse di Mediobanca. Il patron di Luxottica ha scelto, tramite le fonti a lui vicine, un profilo amichevole: non intenderebbe presentare una sua lista, nel rinnovo del cda di ottobre, per scalzare l'ad Alberto Nagel. Se così sarà, significherà in sostanza lasciare tutto così com'è, compresa la strategia di Nagel che in alcuni punti (il business no core, il peso di Generali) non garba a Del Vecchio. Una linea che può andare bene in fase di iter Bce, ma che non convince Piazzetta Cuccia. Che però, al momento, non sta pensando ad assumere consulenti strategici, avendo al suo interno la sufficiente esperienza. Consulenti che non mancano invece sul fronte opposto, dove con Del Vecchio ci sono sia Jp Morgan (per cui lavora l'ex ministro del Tesoro Vittorio Grilli) sia l'avvocato d'affari Sergio Erede (che guida anche l'offensiva legale di Ubi Banca contro l'offerta lanciata da Intesa, che ha proprio Mediobanca come advisor).

Nessuno degli altri soci di Mediobanca (tra cui spiccano Mediolanum con il 3,3%, Fininvest con il 2% e Benetton con i 2,1%) ha preso posizione. Ma si è appreso che tra chi non aderisce al patto di consultazione, Vincent Bolloré non avrebbe più intenzione di vendere il suo rimanente 5%: il finanziere bretone aveva ceduto circa il 3% con prezzi anche sui 10 euro per azione. A questo punto, con il titolo a 6,3, preferisce vedere gli sviluppi, evidentemente.

La cosa potrebbe assumere rilievo, visto che proprio Bolloré - con le operazione effettuate in Italia tramite Vivendi sia in Tim, sia in Mediaset - rappresenta il principale tra i «soliti sospetti» interessati a portare in terra di Francia rilevanti asset italiani.

È il tema che preoccupa una fetta della politica italiana (per lo più di opposizione, mentre il governo tace) e che riguarda anche Ubi Banca. Non a caso il presidente del Copasir, Raffaele Volpi (della Lega) ha ieri firmato una nota in cui si legge che «recenti notizie, in parte in qualche modo prevedibili, accentuano le preoccupazioni già espresse dal Comitato in merito al possibile controllo fuori dai confini nazionali di primari istituti bancari ed assicurativi già riconosciuti per altro tra i maggiori detentori di debito sovrano italiano». Il riferimento alle partite citate è evidente.

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