Dal 15 luglio l'Italia dichiara guerra alla shrinkflation, la pratica di rimpicciolire le confezioni mantenendo però i prezzi invariati. Salvo sorprese, scadrà mercoledì il trimestre a disposizione dell'Unione Europea per contestare il decreto notificato il 15 aprile dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Adolfo Urso (in foto). In assenza di rilievi da Bruxelles, le misure contro il riporzionamento diventeranno esecutive e valide da subito.
L'impianto attuale è il risultato di un compromesso: a marzo 2025 l'Ue aveva avviato un'infrazione contro l'Italia, giudicando il precedente obbligo di dicitura in etichetta, introdotto nel 2024 col Ddl concorrenza, contrario alle regole sulla trasparenza del mercato unico. Il nuovo testo cancella quell'obbligo, sostituendolo con un sistema di comunicazione interna alla filiera. Produttori e distributori dovranno inviare ai negozianti una nota standardizzata con la variazione quantitativa e il relativo impatto percentuale sul prezzo, dati che i punti vendita dovranno esporre o rendere accessibili digitalmente.
Il Codacons stima che la shrinkflation generi rincari occulti tra il 10% e il 18%, con picchi del 40%, colpendo tutti i settori, da quello alimentare (con in testa cereali, yogurt, gelati e biscotti) ma anche prodotti per la casa (detersivi, carta igienica) o
per la cura del corpo (bagnoschiuma, shampoo). L'associazione però lancia anche l'allarme skimpflation: il taglio dei costi tramite materie prime più economiche (come l'olio di palma al posto del burro) a parità di listino.