Ma da editore del «Secolo» non si faceva scrupoli nel licenziare i giornalisti

RomaNon sarà la guerra del secolo ma soltanto la guerra del Secolo: sta di fatto che Gianfranco Fini, su quel fronte, ha già preso una batosta. La legnata è una sentenza del tribunale di Roma, seconda sezione lavoro, del 19 febbraio 2009: condanna per aver illegittimamente licenziato, in qualità di editore del Secolo d’Italia, una giornalista in maternità dello storico quotidiano del Msi-An.
Lei, Priscilla Del Ninno, classe 1968, laurea in lettere, passione per la cultura e gli spettacoli, approda al quotidiano nel 1994 e inizia la trafila: collaborazione, praticantato in tutti i settori del giornale (esteri, cronaca, politica, economia, cultura) e poi l’agognata assunzione nel 1995 sotto la direzione di Gennaro Malgieri. Poi, siamo nel 2000, al vertice approda Flavia Perina, femminista di destra, in passato rautianissima e quindi antifiniana, ma ora supporter del presidente della Camera.
Con piglio da ammiraglio prende lei il timone della barca, composta da 18-20 redattori, e la porta sulla nuova rotta finiana: poco interesse per la cultura, poco interesse per il giornale ma soprattutto congiure, epurazioni, mobbing, defenestrazioni. E chi protesta fa una brutta fine. Chissà se quel Fini avrebbe applaudito al Fini di ieri che, da Varese, sentenziava: «In molti casi nei confronti dei giornalisti si arriva a forme di sfruttamento che sono presentate come inevitabile flessibilità». All’assemblea nazionale del partito nell’autunno del 2006, quella dello scontro con l’ala di Storace e Briguglio (quest’ultimo oggi ultras finiano ndr), Fini arriva a dire che il Secolo «così com’è non ha più ragione di esistere». E Storace provoca: «Vero, se serve solo per censurarci tanto vale chiuderlo».
Pertanto, sebbene il Secolo si mangi un bel po’ di quattrini del contributo di Stato (oggi circa tre milioni di euro l’anno, ndr), Flavia Perina si mette di buzzo buono per ottenere lo stato di crisi per ristrutturazione interna che, legge impone, va concordata e chiesta al ministero del Lavoro. Il progetto di «rilancio» della fine del 2006 prevede l’abbattimento di tutti i servizi e la creazione di due grandi aree (news e idee/immagini) ma soprattutto la cassa integrazione e prepensionamenti per sei redattori. Due accettano il riposo anticipato, uno no. Per Priscilla Del Ninno, Pietro Romano e Flavia Bruni c’è la Cig.
Ma il Secolo tira dritto: dagli accordi, con l’acquiescenza del sindacato, viene esclusa a priori la rotazione. L’azienda, poi, avrebbe dovuto anticipare la propria quota di retribuzione che però non è mai stata erogata. In redazione c’è malumore ma soltanto Del Ninno sbatte i pugni sul tavolo, impugna, fa causa prima di mettersi a letto causa una labirintite fulminante e una gravidanza poi andata a monte.
Passano mesi prima dell’udienza in cui il giudice tenta la conciliazione: su, mettetevi d’accordo. L’azienda propone soltanto il pagamento delle sette mensilità di mancato preavviso, cosa peraltro prevista dal contratto. Niente accordo e nuovo rinvio. Arriviamo all’agosto 2008, mese in cui la Del Ninno riesce a portare a termine la seconda gravidanza, passata interamente a letto. Per la giornalista è già pronta la lettera di licenziamento.
Fini intanto, eletto presidente della Camera, non può più essere editore e lascia la guida della nuova società Secolo d’Italia s.r.l. a Enzo Raisi, imprenditore, ex frontista della gioventù, ex missino, ex aennino, altro influente esponente della corrente minoritaria del Pdl. Ma la giustizia fa il suo corso e nel febbraio dell’anno scorso la sentenza dichiara «illegittima» la decisione del Secolo; condanna Fini a «riammettere in servizio» la Del Ninno nonché a risarcirla del danno. Ma non è finita qui. Il licenziamento viene revocato, alla giornalista vengono imposte le ferie arretrate a cui segue un periodo di aspettativa per maternità, retribuita al 30 per cento. Periodo breve, al termine del quale potrà rientrare in squadra.
Il 7 gennaio 2010, quindi, la Del Ninno si presenta in redazione: «Scusa, dove vai? Passa prima in amministrazione che c’è una lettera per te». La redattrice ha già intuito di cosa si tratta, quindi gira i tacchi e se ne va. La sorpresina arriva a casa, due giorni dopo: altro calcio nel sedere, altro licenziamento, il giorno in cui doveva riprendere servizio. Nuova impugnazione e nuovo ricorso. La lotta continua.

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