Ci sono nuvole sul cielo della Lombardia la sera del 27 ottobre 1962. Lì in mezzo, diretto verso l'aeroporto di Milano Linate, vola un Morane - Saulnier 760B Paris II. A bordo del piccolo e agile bimotore a getto, che viene utilizzato sia per il mercato civile sia come addestratore militare, ci sono il pilota, Irnerio Bertuzzi, un giornalista, William McHale, ma soprattutto Enrico Mattei, il manager cinquantaseienne che, da presidente dell'Eni, sta, caparbiamente, trasformando l'Italia in una potenza energetica.
Il Morane - Saulnier non atterrerà mai a Linate. Alcuni testimoni diranno di aver visto fiamme tra le nuvole, di aver sentito il rumore di un motore in difficoltà... Di certo i rottami dell'aereo verranno ritrovati su una vasta area nei dintorni di Bascapé, in provincia di Pavia. Mattei aveva subito minacce, in pochi anni aveva minato l'oligopolio di quelle compagnie petrolifere che il presidente dell'Eni chiamava "le Sette sorelle". Mattei, nonostante godesse di un certo appoggio da parte del presidente Kennedy, era anche sgradito in ambito Nato, le sue posizioni molto disinvolte verso gli idrocarburi russi e la sua grande influenza politica, ottenuta grazie ai finanziamenti ai partiti, facevano temere un eccessivo avvicinamento dell'Italia a Mosca. Ma soprattutto a essergli ostili erano i petrolieri francesi e l'Organisation armée secrète. Il suo piano di espansione in Algeria, Paese che stava marciando verso l'indipendenza post coloniale, era visto come una minaccia mortale. E quel piano si schiantò con lui a Bascapé. Il suo successore Eugenio Cefis (1921-2004) portò il petrolchimico italiano in tutt'altra direzione.
Quanto abbiamo detto spiega come sull'incidente sia nata una serie di indagini ufficiali, sottoposte a più che probabili depistaggi e a sicure pressioni politiche, che partite con una commissione d'inchiesta ministeriale - che avvalorò l'incidente di volo - si sono chiuse con l'inchiesta giudiziaria condotta - tra il 1994 e il 2004 - da Vincenzo Calia che ha raccolto sostanziosissime prove su un attentato esplosivo che avrebbe danneggiato mortalmente i comandi dell'aereo. Un'operazione coperta condotta con una bomba a basso potenziale, di cui sono state ritrovate le tracce, sia sui corpi delle vittime sia su alcuni rottami. Questo nonostante la prima indagine sia stata condotta in modo molto anomalo e con la dispersione definitiva di buona parte dei reperti. Ovviamente a tutto questo vanno aggiunte le moltissime inchieste giornalistiche: giusto per fare un esempio un mastino d'inchiesta del giornalismo di destra italiano, Giorgio Pisanò ha sempre sostenuto la tesi dell'attentato, Indro Montanelli quella dell'incidente. Tra i sostenitori del complotto ai danni di Mattei anche, come è noto Pier Paolo Pasolini, con tutti i sospetti che proprio il suo romanzo incompiuto Petrolio - incentrato sull'Eni - abbia potuto essere uno dei motivi che hanno portato alla sua misteriosa e violenta morte. E proprio da un capitolo di quel romanzo, per altro scomparso, Lampi sull'Eni prende il titolo il libro inchiesta appena pubblicato da Vincenzo Calia e Giuseppe Oddo (Feltrinelli, pagg. 400, euro 23) che ricostruisce questa vicenda con dovizia di particolari e grande attenzione alla pista francese.
Il primo, per più di un trentennio magistrato alla procura di Pavia, come scrivevamo sopra, è stato il titolare dell'inchiesta che riaprì il caso Mattei, squadernando tutte le incongruenze della versione della commissione d'inchiesta sull'incidente aereo. Il secondo è un giornalista d'inchiesta e si è dedicato a ricostruire, in più saggi, la storia dell'Eni. Insieme distillano un impianto d'accusa che ha la sua forza d'urto nelle ricerche d'archivio e nelle testimonianze, e il sostegno di una precisa ricostruzione del possibile movente geopolitico.
La conclusione a cui approdano è circostanziata e inquietante: secondo Calia e Oddo l'attentato che costò la vita a Mattei sarebbe stato orchestrato da apparati dello Stato francese e forze paramilitari come l'Oas con la collaborazione di ambienti italiani all'interno dell'Eni e dei nostri servizi (convinti in questo modo di far un favore alla Nato). Torniamo all'ottobre del 1962: l'Algeria aveva appena conquistato l'indipendenza dopo una guerra logorante contro la Francia. Il Primo ministro (e poi presidente) algerino Ahmed Ben Bella avrebbe incontrato Mattei il 6 novembre. Sul tavolo un accordo a 360 gradi: petrolio, gas, raffinerie, petrolchimica. Avrebbe aperto all'Eni l'accesso ai giacimenti del Sahara e consentito alla nascente Algeria di emanciparsi molto più rapidamente dalla dipendenza economica e tecnologica da Parigi.
Secondo gli autori è in quel momento che Mattei passa definitivamente una linea rossa e diventa un nemico da eliminare a ogni costo. L'attentato sarebbe stato gestito da ambienti dei servizi francesi che avevano la possibilità di accesso agli impianti della Morane - Saulnier, la società che aveva costruito e progettato l'aereo del presidente dell'Eni. Gli esecutori materiali potrebbero essere stati uomini dell'Oas (altre piste d'inchiesta hanno fatto riferimento alla mafia, visto che Mattei era partito dalla Sicilia), l'organizzazione clandestina che, come dicevamo, combatteva l'indipendenza algerina e che in quegli anni aveva coperture e rapporti anche in Italia.
Il saggio pone l'attenzione su alcuni dettagli geopolitici importanti, fra cui le lettere di minaccia ricevute da Mattei e firmate proprio dall'Oas che presentano le stesse caratteristiche di quelle recapitate a Camille Blanc, il sindaco francese che ospitò i negoziati di Evian - tra il governo francese e il Governo provvisorio della Repubblica algerina (GPRA) - e che venne ucciso con una bomba. Lo stesso tipo di lettera, e questo è ancora più inquietante, inviata a Dag Hammarskjöld, il segretario generale dell'Onu morto nel settembre del 1961 in un misterioso incidente aereo in Africa, mentre cercava di tutelare gli interessi del Congo contro le ingerenze francesi. Ma il tema non è solo l'attentato, che per quanto ben confezionato avrebbe potuto essere scoperto. È ciò che accadde dopo.
La sera della strage di Bascapè entrano in scena, prendendo il controllo dell'area, uomini del Sifar ((Servizio Informazioni Forze Armate) e dell'Aeronautica militare. Da quel momento prende forma quella che gli autori definiscono una sistematica attività di depistaggio. In questo racconto riemerge continuamente la figura di Eugenio Cefis, il successore di Mattei e l'ossessione di Pasolini.
Perché il vero protagonista di questa storia non è soltanto Mattei con la sua volontà di un'Italia capace di proiezione, quella che il governo attuale ha rivitalizzato proprio con il Piano Mattei. È il depistaggio, portato avanti sull'onda di una mal compresa ragion di Stato. Ma oggi come oggi capire quel passato in cui le ali energetiche italiane sono state tarpate ha senso per il nostro futuro.
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