"L'islam recluta i nostri figli e l'Europa resta a guardare"

Dimitri Bontinck, il padre belga che cerca il suo ragazzo in Siria : "Il mio Jojoen come Giuliano. Attirato in una moschea e irretito da fanatici. Che agiscono ancora impuniti"

"L'islam recluta i nostri figli e l'Europa resta a guardare"

«Mi sento assai vicino ai genitori di Giuliano la sua storia ricorda quella di Jjoen. Mio figlio ci è finito dentro a causa dei fanatici islamici che l'hanno indottrinato e di un governo che non fa nulla per fermarli. I ragazzi catechizzati e spediti a morire in Siria sono centinaia. Nei due viaggi alla ricerca di Jojoen ho incontrato ragazzi di tutto il mondo. Ma i governi invece di bloccare chi li recluta e gli fa il lavaggio del cervello condannano le loro vittime. I nostri figli».

Dimitri Bontinck è un ex militare belga di 38 anni. Lo scorso maggio ha lasciato Anversa per cercar di ritrovare Jojoen, il figlio 18enne scomparso tra le nebbie del conflitto siriano. Una storia, quella di Jojoen assai simile a quella di Giuliano Delnevo, il convertito genovese morto a 24 anni combattendo contro i governativi siriani.
«Suo padre lo chiama un eroe, ma purtroppo suo figlio e il mio - spiega Dimitri in questa intervista a Il Giornale - sono solo degli illusi. Sono le vittime di chi sfrutta il loro entusiasmo giovanile».

Con Jojoen com'è andata?
«A 15 anni incontra una ragazza marocchina musulmana che gli passa qualche spinello e se lo porta in moschea. Sembrano le solite cose da ragazzini, ma in moschea Jojoen incontra un gruppo di fanatici. Da quel momento lo vediamo cambiare sotto i nostri occhi. Invece di studiare passa il tempo a pregare, smette di ascoltarci e dimentica tutta la sua educazione, il college cattolico, i viaggi in America, quelli in Italia e gli insegnamenti di sua madre, una nigeriana cristiana assai religiosa».

In Siria come ci arriva?
«Fregandomi. Mi racconta che vuole studiare l'islam e l'arabo in Egitto e io scemo gli mollo i soldi. A marzo sento di un ragazzo andato a combattere in Siria e mi si accende una lampadina. Allora cerco su internet tutte le foto di stranieri passati con i ribelli siriani fino a quando non lo trovo».

E allora?
«Parto ed entro per due volte in Siria. Ad aiutarmi c'è anche “Time4Life” un gruppo italiano che distribuisce medicine nelle zone dei ribelli. Con loro arrivo ad un passo da Jojoen, ma quando chiedo di vederlo quei fanatici mi bloccano, mi bastonano e mi puntano il kalashnikov alla testa accusandomi di essere una spia. Quando finalmente li convinco mi spiegano che non me lo faranno mai vedere perché l'emozione potrebbe farlo tornare indietro».

E lei?
«Sono andato su tutte le furie. Gli ho detto mostratemi il Corano e ditemi dove sta scritto che si può togliere un figlio ai genitori nel nome della jihad. Ma loro se ne sono fregati e mi hanno cacciato. Vogliono solo tenere questi ragazzini isolati per usarli come meglio conviene a loro».

Ha paura che Jojoen faccia la fine di Giuliano?
«Ovvio. Ieri è morto un altro ragazzo belga. È il quinto o il sesto in pochi mesi. Il padre un bianco, cattolico come me. Ora è distrutto. Suo figlio e morto e lui non sa neppure come e dove. In Siria ci sono almeno 300 ragazzi partiti dal Belgio. La gran parte sono musulmani e figli d'immigrati, ma i cristiani convertiti non sono pochi. Mi chiedo quanti ne debbano morire ancora è prima che i governi si decidano a fermare i fanatici radicali che li arruolano».

Secondo lei c'è una regia precisa?
«Certo. Usano le moschee per convertirli, reclutarli e mandarli a combattere. E una rete internazionale ben strutturata finanziata da Qatar e Arabia Saudita».

E come pensa di poterla fermare?
«Ho fondato un associazione con altre cinque famiglie cristiane e due islamiche. I musulmani ci stanno venendo dietro ascolti questa signora al mio fianco…».

...Il telefono passa di mano. Alla voce di Dimitri si sostituisce quella di Samira, una giovane donna che parla francese.
«Dimitri ha ragione… anche noi musulmani siamo vittime di questa follia. Mia figlia ha 19 anni ed è scomparsa da mesi. La polizia mi ha detto “Non possiamo fare nulla… sua figlia sta combattendo in Siria”».

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