Quel clan di guerrieri che semina il terrore nelle città afghane

La famiglia Haqqani protagonista dello schiaffo all’Occidente. Storia di un padre che ha passato al figlio il testimone della Jihad

Quel clan di guerrieri che semina il terrore nelle città afghane

Jalaluddin, il grande vecchio, eroe della resistenza contro l'Ar­mata Rossa, poi passato con i tale­bani, Sirajuddin, il figlio che ha raccolto il testimone della guerra santa, ma anti Nato, e uno stuolo di fratelli, zii e cugini, uno più peri­coloso dell'altro. È questo il clan Haqqani responsabile dei più de­vastanti attentati in Afghanistan degli ultimi anni. Ieri il ministro dell'Interno, Bismillah Moham­madi, ha puntato il dito contro la rete guerrigliera messa in piedi dal clan per l'attacco multiplo di domenica, che ha scatenato l'in­ferno a Kabul e in altre città.

Tutto ha avuto inizio nei primi anni Ottanta nella valle afghana di Urgun, vicino al confine pachi­stano, dove un fortino filo sovieti­co veniva bersagliato dai mujaheddin. I proiettili fischiava­no dappertutto, ma Jalaluddin Haqqani sembrava non farci ca­so. Ai giornalisti che aveva portato in prima linea diceva convinto: «Sono protetto da Allah».

Mulawi Haqqani, barbone d'or­dinanza, occhi come la pece, tur­bantone pasthun e mitra cattura­to ai sovietici a tracolla, guidava l'attacco. Nel 1983 Haqqani era un beniamino della Cia finanzia­to dai Paesi arabi. Un quarto di se­colo dopo il leggendario coman­dante combatte ancora. Sul cam­po lo fa suo figlio, Sirajuddin, uno dei nemici più temibili della Nato nel disgraziato Paese al crocevia dell'Asia. Dalle sue basi nella zo­na tribale pachistana il clan Haq­qani è accusato di aver organizza­to i più clamorosi attentati a Ka­bul. Come l'attacco suicida al Sere­na, l'hotel a cinque stelle della ca­pitale, il tentativo di far fuori il pre­sidente afghano Hamid Karzai e l'ultimo assalto che ha paralizza­to la città. Il più spettacolare e com­plesso, anche se i commando sui­cidi sono stati eliminati dalle for­ze di sicurezza afghane con l'aiuto degli elicotteri della Nato, ma do­po 17 ore di battaglia.

Il conteggio ufficiale delle vitti­me parla di 47 morti e oltre 50 feri­ti. Trentasei sono talebani delle cellule votate alla morte. Quelli con i giubbotti esplosivi hanno cercato di raggiungere gli obietti­vi spacciandosi per donne, coper­ti dal burqa. Oppure erano in auto­mobili rivestite di fiori, come se an­dassero ad un matrimonio. Le operazioni suicide, le tecniche per camuffarsi e gli attacchi multi­pli e complessi nella capitale sono l'impronta digitale della rete Haq­qani. Il testimone del Jihad è pas­sato a Siraj, il figlio prediletto di Ja­lalludin. Nel 2010 annunciava dal Waziristan, dove il clan ha rifugi e campi di addestramento, che la collaborazione fra i suoi uomini e quello che restava di Al Qaida «è ai livelli più alti».

Lo stesso anno ve­niva messo sulla lista nera degli Stati Uniti anche Nasiruddin Haq­qani, uno dei fratelli di Siraj, inca­ricato di raccogliere fondi nei Pae­si arabi del Golfo. Nella lista dei ricercati «top» fi­gurano pure uno zio e altri mem­bri del clan, che ricoprono il ruolo di comandanti sul terreno, soprat­tutto nella zona orientale dell'Af­ghanistan. Mullah Sangen Za­dran è uno degli affiliati più perico­losi nominato governo ombra dei talebani nella provincia di Pak­tika. Proprio i suoi uomini avreb­bero sequestrato Bowe Bergdahl, l'unico soldato americano preso in ostaggio dai talebani. La rete Haqqani controlla am­p­ie fette del Waziristan settentrio­nale, una delle aree tribali più tur­bolente del Pakistan, a ridosso del confine afghano. Il clan governa un sistema parallelo con propri giudici in nome della sharia, ri­scuote imposte e garantisce l'ordi­ne.

Dopo l'assalto suicida all'am­basciata indiana a Kabul nel 2008 sono emerse le intercettazioni te­lefoniche dei terroristi, che prova­no la collusione della rete Haqqa­ni con spezzoni dell'Isi, il servizio segreto dei militari pachistani. Islamabad considera il clan un al­leato fin dai tempi dei sovietici. La Cia ha scatenato una campa­gna di bombardamenti mirati dei droni, che ha eliminato diversi co­mandanti della rete Haqqani.

Nel­lo stesso tempo, però, gli Usa con­tinuano a tenere aperti canali con il vecchio patriarca. Jalaluddin, ex ministro dell'emirato talebano, è considerato uno dei personaggi più carismatici dell'insorgenza, cruciale per trattare la pace.

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