Rimane un tiranno permaloso e complice del terrorismo

Càpita che sia proprio l’abito a fare il monaco. Càpita sempre più spesso e questo è certamente il caso del Colonnello Gheddafi. Lui è quello che veste: imbardato chausseur dell'Hotel Negresco; super decorato generale tendente al modello Jean Bedel Bokassa; caricatura di Michael Jackson in versione gallonata-pop; asceta guerriero, ovvero marabutto, avvolto in lugubri djellabie; principe berbero del deserto in foggia di Lawrence d'Arabia dei poveri. E, quando nel ruolo di ras della Grande Jamahiriya Araba di Libia Popolare e Socialista, attorcigliato in ciaffi tribali culminanti in copricapi di fantasiosa stravaganza.
A ciò si aggiunga il nerofumo col quale s'incipria lo scalpo lasciato crescere alla selvaggia, s'aggiunga la fissa della tenda beduina (arredata con tanto di comò e controcomò di chiara origine brianzola) che si porta appresso in ogni visita di Stato. S’aggiunga il vezzo di farsi proteggere da gorillesse dallo sguardo trucido e dalle variopinte divise prese pari pari dai costumi di scena della «Principessa della Czarda», l'operetta che spopolò fra le due guerre. E qui ci siamo.
Con tutto il rispetto per il padrone di uno Stato amico, di quella Libia Popolare e Socialista con la quale intratteniamo franchi e cordiali rapporti, gli abiti da operetta coi quali si combina Muammar Gheddafi riflettono la sua natura. Non si dovrebbe dire perché non sta bene, perché non è politicamente corretto, ma quello è il colonnello Gheddafi: un bizzoso, permaloso e stizzoso uomo da operetta.
E una sinistra operetta sono stati i festeggiamenti, ma sarebbe meglio chiamarlo tripudio, da lui forse non organizzati, ma di certo autorizzati (in Libia non muove foglia che il Colonnello non voglia) per il ritorno in patria di Abdelbaset Al Megrahi, il «caro amato figlio» autore dell'attentato di Lockerbie. Le fanfare, i cori patriottici, gli applausi delle folle e gli osanna dedicati dai giornali e dalle agenzia di stampa a Al Megrahi significano una sola cosa: che il regime e dunque che Gheddafi non si dissocia dall'azione terroristica che provocò la morte di 270 persone, 189 delle quali cittadini americani, imbarcati sul volo Pan Am che il 21 dicembre 1998 venne fatto esplodere nei cieli di Scozia.
La molto ostentata conversione del Colonnello alle regole democratiche, al dialogo costruttivo, al ripudio della forza e massime di quella di matrice terroristica non era dunque che uno dei tanti siparietti della sceneggiata che mette quotidianamente in scena, di quell'operetta della quale si compiace d'essere la primadonna. Mai più condiscendenza, dunque, mai più compiacenze, mai più bonarietà di tratto nei rapporti con quell’individuo. Parli solo la fredda, impersonale diplomazia.
Con un’avvertenza: ove dovesse rendersi necessario un colloquio diretto, l'inviato italiano si presenti al camping presidenziale ostentando sulla giacca un collage dei volti delle 270 persone morte per mano di Abdelbaset Al Megrahi. Perché d'accordo che Gheddafi se l'è legata al dito per la storia di Omar el Mukhtar, della cui immagine s'imbandierò in occasione del G8 aquilano, ma siccome anche noi abbiamo qualcosa da contestargli, mi sembrerebbe opportuno renderglielo noto ricorrendo ai suoi stessi sgangherati modi da operetta.

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