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Europa

Centri nei Paesi sicuri fuori dai confini con vantaggi economici e taglio dei dazi

Oggi vertice dei ministri degli Interni. Maggioranza solida di 22 Paesi intorno alla proposta Meloni: hub per i richiedenti asilo negli Stati africani collaborativi, Ghana, Senegal, Mauritania, Uganda, Etiopia. Una replica dell’accordo con Tirana e del piano Mattei

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Ventuno Paesi dell’Ue oltre all’Italia promotrice pronti ad ascoltare le proposte del governo Meloni. Una maggioranza orientata a proteggere meglio le frontiere esterne dopo il caso Ceuta, consolidando le intese con i Paesi terzi. Soprattutto, la discussione sui cosiddetti return hub. Vero fulcro, questo, della riunione dei ministri dell’Interno che alle 10, in video-collegamento, vedrà Matteo Piantedosi declinare l’idea di centri di rimpatrio europei finanziati con fondi comunitari con l’obiettivo di rendere più efficaci le espulsioni e potenziare al contempo la capacità di deterrenza dell’Unione rispetto ai flussi irregolari. Il rimodellato esperimento con l’Albania.

Italia, Danimarca e Paesi Bassi sono il nucleo attorno a cui ieri si è formato, nella riunione preparatoria degli ambasciatori, l’ampio fronte del sì, che comprende anche Austria, Grecia e Germania, pronti a sostenere la proposta di progetti pilota per creare hub in Stati extra-Ue considerati «sicuri». L’idea, già avanzata a fine giugno dalla premier Meloni dopo l’approvazione del regolamento rimpatri, ha ottenuto un via libera di massima anche dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che ora chiede una «risposta comune». Si prevede invece una resa dei conti tra Roma e Madrid, e con un’asse Spagna-Francia (minoritario) di traverso. Ieri gli ambasciatori al Coreper hanno provato a disinnescare il rischio frattura sui migranti esprimendo «forte solidarietà» al Paese che ha subito lo schiaffo marocchino. E hanno validato la discussione sugli hub, per cui c’è già una lista preliminare di Stati che potrebbero ospitare migranti illegalmente presenti nell’Ue. Si ragiona su Ghana, Senegal, Mauritania - dove la Spagna alla chetichella avrebbe già piazzato due progetti - Uganda, Uzbekistan, Etiopia e Montenegro, con cui i danesi hanno già contatti. Resta il nodo dei fondi. Bruxelles è «pronta a valutare proposte compiute, basate sulla cooperazione strategica».

La presidenza irlandese di turno, sollecitata dalla lettera di 22 Stati, ha convocato il vertice. Parteciperanno anche i Paesi associati a Schengen, il Servizio per l’azione esterna (Eeas), Frontex, l’Agenzia dell’Ue per l’asilo ed Europol. Piantedosi si presenta forte della discussione avuta ieri al Viminale con l’omologo algerino Said Sayoud. Oltre a sinergie sui rimpatri, un punto a favore nella discussione Ue che vede Roma vantare un filo diretto con i Paesi del Piano Mattei.

Gioco di sponda da Von der Leyen. «L’Ue non accetterà ingressi di irregolari né tentativi di usare la migrazione illegale per far pressione su uno Stato», ha scritto in una lettera a Sánchez. Per la numero uno del governo Ue, urge «rafforzare i confini nei punti critici, con vigilanza e barriere fisiche». I ministri porranno le basi per il Consiglio europeo di ottobre, chiamato a mettere a terra le bozze, se avallate. L’Italia chiederà pure l’attuazione del «Gsp+», in vigore dal ’27, il sistema che lega vantaggi sui dazi per i Paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere cittadini. Entro fine anno, Roma punta poi a far entrare a regime il centro di Gjader secondo i nuovi regolamenti. Quanto a Schengen, 8 gli Stati che hanno reintrodotto controlli per pubblica sicurezza. Italia, Austria, Francia, Germania, Paesi Bassi, Polonia, Svezia; più la Norvegia, perché teme infiltrazioni di spie russe.

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