La rivoluzione non passa (solo) da Ceuta. Il Consiglio Europeo convocato oggi su richiesta di Italia e Danimarca e di altri 20 Paesi è frutto di un lento, ma radicale cambiamento d’atteggiamento nei confronti dell’immigrazione e della necessità di procedere più efficacemente al rimpatrio dei cosiddetti irregolari. Il giro di boa inizia lo scorso 26 giugno con l’approvazione al Parlamento europeo del nuovo «Regolamento sui rimpatri dell’Unione Europea». Il testo, senza precedenti rispetto ai consueti orientamenti, fornisce per la prima volta una base giuridica comune capace di garantire il trasferimento dei clandestini in «hub di ritorno» o centri di rimpatrio situati in Paesi terzi fuori dai confini Ue. Ma quel documento ha anche altre caratteristiche assolutamente rivoluzionarie. Prima fra tutte l’istituzione un «ordine europeo di rimpatrio unico» in base al quale un provvedimento d’espulsione diventa automaticamente valido e applicabile in tutta l’Unione. Inoltre allunga fino a 24 mesi, con possibilità di proroga fino a 30, i tempi di detenzione in attesa dell’espulsione. Ma gli aspetti senza precedenti non finiscono qua. Trattandosi di un regolamento e non di un atto legislativo diventa immediatamente vincolante per tutti i 27 senza il bisogno di venir recepito a livello nazionale. E il suo testo legittima i cambiamenti invocati da Giorgia Meloni e dall’omologa danese Mette Frederiksen prime firmatarie della lettera alla Commissione in cui si chiede d’incoraggiare e sostenere economicamente le intese con i Paesi extra-Ue per la creazione di centri di rimpatrio al di fuori dei confini europei.
La lettera presentata il 19 giugno raccoglie consensi insperati. Alla richiesta s’associano immediatamente Austria, Paesi Bassi, Grecia e Germania interessatissime a seguire l’esempio degli hub di rimpatrio realizzati dall’Italia in Albania. Ma in breve le firme in calce diventano 19 per passare a 22 subito dopo l’episodio di Ceuta. Così la lettera diventa la base per la convocazione dell’odierno Consiglio Europeo. Un Consiglio dopo il quale nulla sul fronte dei flussi migratori sarà come prima. Se l’Italia è all’avanguardia grazie al progetto Albania, Paesi come Danimarca, Paesi Bassi, Germania, Austria e Grecia chiedono di poter creare da qui al 2027 centri di rimpatrio in Ruanda e Uzbekistan. E fra i Paesi candidati a ospitare le iniziative europee vi sono, nonostante le proteste di Ong e partiti di sinistra, anche una Tunisia fondamentale per la gestione dei migranti intercettati in mare e una Libia indispensabile base strategica per il contenimento dei flussi. Ma l’Ue punta a coinvolgere anche l’Egitto attraverso accordi finanziari bilaterali e strategici. E nonostante i fatti di Ceuta anche il Marocco resta nei piani europei uno snodo cruciale per la chiusura della rotta migratoria occidentale. Altri Paesi europei puntano su nazioni come Kenya, Senegal e Ghana considerate politicamente più stabili e quindi più adatte per alla gestione dei centri di rimpatrio.
Proprio la stabilità dei Paesi terzi resta, però, l’incognita che più minaccia la svolta europea. Grazie all’arma ibrida dei migranti i Paesi extraeuropei scelti come partner preferenziali acquisiranno infatti la capacità di condizionare o inficiare, come successo in passato con la Libia e la Turchia, le nuove politiche anti-migratorie dell’Unione europea. O di regalare a Ong e sinistre il pretesto per denunciare trattamenti contrari ai diritti umani.
