Ci vorrebbero i partigiani dell’Occidente. Non certo i rossi titini o la pseudo sinistra al servizio di Allah. No, serve chi è allergico come me al velo islamico, Fez del fascismo rosso. Ci vorrebbe chi combatte per lo Stato liberale e dice no alla sharia. Che in dosi pediatriche stanno trasfondendo nelle vene della democrazia. L’islamismo professa ormai l’integrazione e al tempo stesso la assedia. New York ne è la prova: per due secoli Grande Mela culla del futuro e oggi invece capitale della Grande Resa. Non certo e non solo per il velo, ma per la recita in sé stessa, quella che trasforma la sottomissione in inclusione per farla digerire ai nostri valori liberali salvo poi pentirsene. Ecco perché la governatrice Kathy Hochul mette l’hijab, solo per simulare integrazione. Al contrario, alla commemorazione delle vittime (o a questo punto forse commemoravano i carnefici), va in scena l’influencer globale della genuflessione alla sharia. È il trionfo della superficie su tutto il resto: spettacolo al posto di governo, immagine al posto di sostanza e sottovalutazione del pericolo.
Criticare non è essere intolleranti, ma chiamare per nome ciò che sta succedendo in Usa e in Europa. Il Bataclan e l’11 settembre sono stati declassificati da attentati islamisti a incidenti senza natura politica o fanatica. Insomma hanno già vinto loro. Perché questo che vediamo è proprio il programma politico dei Fratelli musulmani. L’insulto ai martiri del fondamentalismo è il salto di qualità della sottomissione di noi poveri fessi. Che ci scontriamo fra destra e sinistra finendo per difendere il terrore e rendere loro monolitici: ci siamo cascati.
