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Europa

Giunge al tramonto l’era di “Madame Lagaffe”, la banchiera poco amata perfino dai dipendenti

Appena eletta affossò i mercati con una frase sullo spread. Finisce un mandato burrascoso con due crisi energetiche

epaselect epa13339117 European Central Bank (ECB) President Christine Lagarde addresses a press conference following a meeting of the ECB Governing Council at the bank's headquarters in Frankfurt am Main, Germany, 29 October 2026. The ECB and the European Council announced that Lagarde will step down from her position on 07 February 2027, concluding her tenure ahead of schedule and initiating an immediate succession selection process led by European Council President Antonio Costa. EPA/RONALD WITTEK

Non c’è nulla di peggio che dover succedere a un mostro sacro. Così, il primo novembre 2019, quando Christine Madeleine Odette Lallouette (Lagarde è il nome dell’ex marito) prese il posto di Mario Draghi alla guida della Bce, gli scettici avevano già i fucili puntati. Era la prima presidente a non avere un’educazione economica formale, visto che è laureata in legge. La prima a non avere un’esperienza diretta di banchiere centrale. In più, negli anni in cui in Francia si era occupata di politica, fino a diventare ministro dell’Economia, per qualche esternazione non felicissima si era guadagnata il nomignolo di «Madame Lagaffe». A prima vista non proprio credenziali da sogno. Al suo esordio a Francoforte, dopo gli anni trascorsi al vertice del Fondo Monetario, qualche commentatore arrivò a dire che l’Eurotower si esponeva a un «rischio di credibilità».

E in effetti gli inizi furono burrascosi. Nel marzo del 2020, quando ancora operatori ad analisti le stavano prendendo le misure, la neo-presidente decise di rimanere fedele alla fama di gaffeuse. «Non siamo qui per ridurre gli spread. Non è la missione della Bce», disse in una conferenza stampa. Con i mercati in allarme per il Covid, sembrò la negazione del «Whatever it takes» di Draghi, le Borse e gli spread impazzirono. Piazza Affari perse più del 15%. Dopo qualche ora dovette intervenire di nuovo l’interessata con una dolorosa marcia indietro: la Banca centrale europea è pienamente impegnata a evitare rischi per la trasmissione della politica monetaria. In chiaro: non date retta alle mie parole, si va avanti esattamente come ai tempi di Draghi.

Visti i primi passi si poteva pensare il peggio e invece Christine Lagarde ha finito per aggiustare il tiro. E sì che le tempeste non sono mancate. Anzi. La prima è stata la già citata pandemia. Sotto la sua guida la Banca centrale ha adottato lo strumento che si è rivelato decisivo contro la recessione, il cosiddetto Pepp, il programma di acquisto di bond, pubblici e privati. E poi il Tpi, lo scudo anti-spread per acquistare titoli di Stato dei Paesi nel mirino della speculazione (proprio quello che aveva negato di voler fare).

Altro problema è stato l’inflazione, che sotto il suo mandato ha raggiunto livelli record, oltre il 10% nel 2022, e di fronte al quale la Bce ha compiuto la più rapida e severa stretta monetaria della sua pur breve storia. Infine c’è il problema con cui facciamo i conti ancora oggi, quello legato alla guerra, con l’aumento dei prezzi dell’energia e del debito pubblico. In tutte le crisi la Lagarde ha messo in campo la sua caratteristica principale: la sensibilità per la politica, dimostrata anche dai modi della sua uscita di scena. Da un po’ si diceva che sarebbe andata a dirigere il Forum di Davos. E che soprattutto avrebbe accelerato i tempi, in modo da evitare che nella scelta del successore fosse coinvolto il prossimo presidente francese, nelle ipotesi dei sondaggi la temuta Marine Le Pen. L’addio anticipato fa felici Emmanuel Macron e Fredrich Merz, che restano in controllo della situazione. E probabilmente anche i dipendenti della Bce: in un sondaggio del 2024 bocciarono sonoramente la sua gestione, considerata autoritaria e troppo coinvolta nel dibattito politico.

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