Non c’è nulla di peggio che dover succedere a un mostro sacro. Così, il primo novembre 2019, quando Christine Madeleine Odette Lallouette (Lagarde è il nome dell’ex marito) prese il posto di Mario Draghi alla guida della Bce, gli scettici avevano già i fucili puntati. Era la prima presidente a non avere un’educazione economica formale, visto che è laureata in legge. La prima a non avere un’esperienza diretta di banchiere centrale. In più, negli anni in cui in Francia si era occupata di politica, fino a diventare ministro dell’Economia, per qualche esternazione non felicissima si era guadagnata il nomignolo di «Madame Lagaffe». A prima vista non proprio credenziali da sogno. Al suo esordio a Francoforte, dopo gli anni trascorsi al vertice del Fondo Monetario, qualche commentatore arrivò a dire che l’Eurotower si esponeva a un «rischio di credibilità».
E in effetti gli inizi furono burrascosi. Nel marzo del 2020, quando ancora operatori ad analisti le stavano prendendo le misure, la neo-presidente decise di rimanere fedele alla fama di gaffeuse. «Non siamo qui per ridurre gli spread. Non è la missione della Bce», disse in una conferenza stampa. Con i mercati in allarme per il Covid, sembrò la negazione del «Whatever it takes» di Draghi, le Borse e gli spread impazzirono. Piazza Affari perse più del 15%. Dopo qualche ora dovette intervenire di nuovo l’interessata con una dolorosa marcia indietro: la Banca centrale europea è pienamente impegnata a evitare rischi per la trasmissione della politica monetaria. In chiaro: non date retta alle mie parole, si va avanti esattamente come ai tempi di Draghi.
Visti i primi passi si poteva pensare il peggio e invece Christine Lagarde ha finito per aggiustare il tiro. E sì che le tempeste non sono mancate. Anzi. La prima è stata la già citata pandemia. Sotto la sua guida la Banca centrale ha adottato lo strumento che si è rivelato decisivo contro la recessione, il cosiddetto Pepp, il programma di acquisto di bond, pubblici e privati. E poi il Tpi, lo scudo anti-spread per acquistare titoli di Stato dei Paesi nel mirino della speculazione (proprio quello che aveva negato di voler fare).
Altro problema è stato l’inflazione, che sotto il suo mandato ha raggiunto livelli record, oltre il 10% nel 2022, e di fronte al quale la Bce ha compiuto la più rapida e severa stretta monetaria della sua pur breve storia. Infine c’è il problema con cui facciamo i conti ancora oggi, quello legato alla guerra, con l’aumento dei prezzi dell’energia e del debito pubblico. In tutte le crisi la Lagarde ha messo in campo la sua caratteristica principale: la sensibilità per la politica, dimostrata anche dai modi della sua uscita di scena. Da un po’ si diceva che sarebbe andata a dirigere il Forum di Davos. E che soprattutto avrebbe accelerato i tempi, in modo da evitare che nella scelta del successore fosse coinvolto il prossimo presidente francese, nelle ipotesi dei sondaggi la temuta Marine Le Pen. L’addio anticipato fa felici Emmanuel Macron e Fredrich Merz, che restano in controllo della situazione. E probabilmente anche i dipendenti della Bce: in un sondaggio del 2024 bocciarono sonoramente la sua gestione, considerata autoritaria e troppo coinvolta nel dibattito politico.
