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Europa

La Meloni fa scuola nella Ue: ecco chi segue la sua linea dura

Dal protocollo Italia-Albania al giro di vite sulle domande di asilo, sono numerose le misure prese dall’Italia in questi mesi e poi adottate da altri Stati con l’obiettivo di contrastare l’immigrazione

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Accordi con Paesi terzi, lotta ai trafficanti di morte, rimpatri più efficaci e difesa dei confini con fondi Ue. Triplicata la cifra destinata alla gestione della migrazione nel bilancio pluriennale 2028-2034 rispetto alla precedente. Passa a 34 miliardi. E mirano a rafforzare la sicurezza degli Stati membri, politiche di asilo e centri di rimpatrio. Un cambio di approccio continentale certificato dall’intesa trovata nel Consiglio europeo di giugno, in cui la premier Meloni ha guidato un vertice informale con 14 leader Ue oltre a Von der Leyen.

Proprio questi Paesi hanno condiviso la necessità d’immaginare, sulla migrazione, un rapporto diverso tra l’Europa e il Nord Africa, concentrando l’attenzione sulla dimensione “esterna” come chiesto da Palazzo Chigi, che rivendica un approccio fino a qualche mese fa impensabile ed oggi sostanzialmente condiviso. Nelle conclusioni di quel Consiglio europeo c’è scritto infatti che ciò che sta facendo il governo italiano con la Tunisia può essere un modello. E dopo l’elogio del Piano Mattei per l’Africa giunto da Eurocamera e Commissione, diventato complementare all’iniziativa europea Global Gateway Hub di base a Bruxelles, si è mossa anche Parigi. Macron, lo scorso maggio, ha annunciato un Piano francese di investimento pubblico-privato da 23 miliardi di euro per il continente africano per superare la logica dei tradizionali aiuti di Stato.

Ma sono più d’una le idee che l’Italia ha messo a terra in questi mesi, diventate realtà in altri Stati: le trattative per creare hub in Paesi terzi, schema protocollo Italia-Albania; stretta sulle domande di asilo per ridurre quelle infondate ed evitare il sovraccarico. La Commissione stessa ha invitato ad armonizzare le legislazioni per stoppare le “distorsioni”. Ne sa qualcosa la Svezia, costretta a tagliare i benefici sociali per i migranti legando ormai i permessi di soggiorno al comportamento civico ed economico dopo aver potenziato i contributi per chi accetta il rimpatrio. Con la Danimarca, l’Italia punta pure allo stop a interpretazioni restrittive delle convenzioni internazionali; per espulsioni-lampo grazie al primo elenco di 7 Paesi di origine sicuri adottato dall’Ue su input italo-danese.

A giugno è entrato in vigore il nuovo Patto Ue sulle Migrazioni. Berlino sta negoziando sulla falsa riga italiana assieme ad Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Grecia l’attivazione di centri extra-Ue.

L’Uganda resta la loro prima opzione. La via dei return hubs osteggiata dal premier spagnolo Sánchez (che non convince Francia e Portogallo) è stata invece avallata dall’Ue come opzione per i singoli governi. «Grazie a Meloni la politica europea è oggi migliore». Così, a maggio, il premier Tusk, ormai ospite fisso degli incontri italiani sull’immigrazione. Pur con certi distinguo, l’idea di presidiare meglio le frontiere “esterne” ha permesso di operare anche all’Europarlamento un cambio di paradigma. E con la crisi di Ceuta è salito a 22 il numero di Stati interessati a mettere a terra le ricette italiane e il potenziamento di Frontex entro l’autunno.

Schierate con Roma, anche Finlandia e Austria. Per chiudere temporaneamente i confini Schengen se non rientra l’allerta nell’exclave. Per il cancelliere austriaco Stocker, quanto sta accadendo in Spagna è «un chiaro segnale di allarme».

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