Mentre Parigi e Berlino vedono peggiorare i conti pubblici, Roma li ha risanati e ha continuato a creare lavoro: è questo il messaggio più solido che arriva dal confronto con le grandi economie europee, assai più del dato di settembre sull’inflazione. Il 4,2% annuo, dal 3,3% di agosto, è figlio dell’energia, non di un cedimento dell’economia italiana. Nel 2022, agli albori del governo Meloni, il deficit italiano era pari all’8,1% del Pil. Nel 2025 è sceso al 3,1% e per quest’anno la Commissione europea prevede il 2,9%: cinque punti di Pil recuperati in quattro anni, frutto di una linea di rigore che l’esecutivo ha mantenuto anche quando la via più facile sarebbe stata allargare i cordoni della borsa. Nello stesso periodo la Francia è salita oltre il 5% e la Germania, che partiva da conti molto più sani, nel 2026 è attesa sopra il 4%. La stabilità politica e la serietà di bilancio, insomma, pagano, e l’esecutivo può rivendicarlo: la distanza tra Roma e le altre due capitali si misura su questo terreno, prima ancora che sui prezzi.
Anche il lavoro racconta una storia diversa da quella di un Paese in difficoltà.
Dal 2022 gli occupati italiani sono aumentati di circa un milione di unità, fino a superare i 24 milioni. La Germania ha guadagnato circa 400mila occupati, la Francia circa 500mila. Soltanto la Spagna ha fatto meglio, con un incremento di oltre un milione e mezzo. L’Italia, insomma, continua a creare lavoro nonostante una crescita economica ancora moderata.
Poi c’è l’export, uno dei punti di forza dell’industria nazionale. Le esportazioni di beni sono passate dai circa 624 miliardi del 2022 ai 643 miliardi del 2025 e nei primi sette mesi di quest’anno sono cresciute del 4,6% su base annua. La Germania, pur partendo da valori molto più elevati, resta sostanzialmente sui livelli del 2022. La manifattura italiana continua quindi a dimostrare capacità di competere sui mercati internazionali.
Anche sul fronte energetico l’Italia arriva all’autunno in condizioni relativamente solide. Gli stoccaggi di gas sono intorno all’86%, contro poco più del 55% della Germania, mentre Francia e Spagna sono su livelli inferiori. È un cuscinetto importante proprio mentre l’energia torna a essere il principale motore dell’inflazione.
E sul fronte dei prezzi alla pompa non mancano gli interventi del sistema privato. Eni, Ip e Q8 hanno messo in campo iniziative per contenere l’impatto dei rincari della benzina. Nel settore energetico, Eni, Enel e A2A stanno adottando a loro volta misure per attenuare l’effetto della nuova fase di tensione sui prezzi. È un modo per affrontare uno shock internazionale senza trasformare ogni emergenza in una nuova spesa dello Stato.
Il punto, dunque, non è negare il problema dell’inflazione. È leggerlo per quello che è. L’Italia ha un debito elevato e una crescita ancora troppo lenta, ma ha anche ridotto drasticamente il deficit, aumentato l’occupazione, mantenuto una forte capacità esportatrice e affrontato la nuova emergenza energetica senza compromettere il percorso di risanamento dei conti. Il 4,2% di inflazione merita attenzione, ma non basta a descrivere l’economia italiana.
Guardando ai fondamentali, il Paese arriva alla nuova fase di tensione internazionale in condizioni decisamente più solide di quanto suggerisca la fotografia del solo indice dei prezzi.
