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Europa

Primo sì dell’Europa alla proposta Meloni: hub per migranti dall’Africa all’Armenia

La Commissione Ue fa sapere di essere “pronta a valutare” l’idea lanciata dal governo italiano. Tra i Paesi terzi anche Montenegro e Cipro

Le incognite della Meloni verso le urne

«Sui return hub congiunti in Africa e nei Paesi extra Ue del Mediterraneo i prossimi passi spettano ai singoli Paesi membri». Dal portavoce della Commissione Ue arriva il sì Ue alla proposta del premier Giorgia Meloni, che da mesi batte i pugni sul tavolo per rivendicare una soluzione europea all’emergenza migratoria, ben prima della tragedia di Ceuta figlia di un pericoloso combinato disposto: le pressioni del Marocco sul controllo del Sahara conteso all’Algeria, la regolarizzazione di 500mila migranti (per lo più sudamericani) e la giurisprudenza «creativa» della Corte suprema spagnola secondo cui «chi entra a nuoto in Spagna non può essere respinto», una sentenza che ha mandato un messaggio pericoloso anche ai Paesi vicini nello spazio Schengen.

L’elenco è lo stesso di cui ha parlato il Giornale lo scorso 25 aprile: Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Egitto, Uganda ed Etiopia, ma anche Uzbekistan, Armenia, Montenegro e Cipro. Nell’elenco c’è anche la Mauritania, che però ha già un accordo anti sbarchi proprio con la Spagna di Pedro Sanchez. Se ne parlerà al prossimo Consiglio Ue di domani, caldeggiato dai 22 Stati membri (tranne Francia e Portogallo) che hanno sollecitato con una lettera al presidente della commissione Ue Ursula Von der Leyen «un’azione coordinata contro l’immigrazione illegale e i trafficanti». Il «quadro giuridico» invocato dalla Ue è il Regolamento sui rimpatri e il Patto su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno grazie alla «maggioranza Giorgia» composta da Ppe, destra e liberali. «È stato il nostro premier a rimettere il tema in agenda, dopo quattro anni l’Italia raccoglie i frutti di un lavoro diplomatico e di un successo che si vede nei numeri degli sbarchi», sottolinea al Giornale la responsabile Fdi per l’Immigrazione Sara Kelany, che snocciola i numeri del Viminale. «Al 31 luglio in Italia sono sbarcati 16.479 migranti, il 55% in meno rispetto all’anno scorso». Merito di diplomazie, accordi bilaterali e della stretta sulle Ong complici degli scafisti (come dimostra l’indagine della Procura di Brindisi sul salvataggio della Sea Watch dello scorso maggio di cui ha scritto Fausto Biloslavo) ma anche del Protocollo Albania firmato nel 2023 e sdoganato persino dalla Corte Ue «purché si rispettino i diritti umani».

Come sappiamo, l’intesa che all’Italia costa 120 milioni di euro l’anno ha differito in un territorio extra Ue l’hot spot per il trattenimento dei richiedenti asilo maschi, maggiorenni e in buona salute provenienti da Paesi considerati sicuri dal decreto Flussi e dal Piano Ue, con una procedura accelerata in videoconferenza con i giudici della Corte d’Appello di Roma per ridurre al minimo la permanenza dei richiedenti prima di farli entrare in Europa o rimandarli a casa, come fossero alla frontiera. A Gjader c’è anche un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) per i clandestini espulsi pronti a essere rimpatriati. Una misura deterrente che ha ridotto gli sbarchi ma che per la sinistra è un flop: eppure fino a qualche giorno fa nell’ex aeroporto militare erano recluse oltre 500 persone.

Il return hub è un modello che vede governi Ue come Austria, Belgio, Bulgaria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia e Svezia a trattare con alcuni di questi Paesi: Berlino e Atene guardano a Cipro, Serbia e Bosnia, le trattative tra Olanda e Uganda sono in stato ormai avanzato, la premier danese Mette Frederiksen vuole il primo return hub entro il prossimo anno («È un’idea da socialdemocratici») mentre l’ungherese Peter Magyar ne starebbe discutendo con Senegal e Ghana per non commettere l’errore delle deportazioni che qualche anno fa fecero saltare l’intesa tra Regno Unito e Rwanda, con Londra costretta a pagare decine di milioni per non aver onorato l’accordo.

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