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La fantasia al potere I giocattoli spiegano come vincere la guerra con l'Ia

Il quinto episodio della saga è il migliore. E una scena annuncia il sesto capitolo...

La fantasia al potere I giocattoli spiegano come vincere la guerra con l'Ia

I giocattoli non invecchiano. Fanno sognare e i sogni non hanno età. Eppure anche loro - dalle proto bambole a quelle con la cordicina, dai robot a pile ai tablet ricaricabili - attraversano ere ma ciò non vuol dire che non abbiano un'anima. L'oggetto da coccolare e l'immagine virtuale in digitale su piccoli schermi, storie di bambini di ieri e di oggi. Gare a chi è migliore. A chi ricorda l'infanzia con il profumo della poesia. O chi la vive con il sapore della sfida. Era il 1995 quando Toy story - Il mondo dei giocattoli esordiva in anni in cui l'elettronica era agli albori e lo spettro dei compagni quotidiani del piccolo Andy era solo quello di essere abbandonati in soffitta.

Dopo più di trent'anni, Toy story 5 - in sala da domani - guarda dritto negli occhi i noi di ieri e di oggi. Hanno ragione lo sceriffo Woody e il robot Buzz Lightyear, l'avvenente Jessie e il suo fido cavallino a fingersi morti in presenza degli umani. La piccola Bonnie, otto anni di solitudine, li tradisce per Lilypad e li abbandona come prima di lei aveva fatto Emily in occasione del trasloco. La storia, in fondo, si ripete ma mentre la ragazzina di una volta, ora cresciuta, darà il nome di Jessie alla bimba di cui diventa mamma, Bonnie combatte il suo isolamento dalle coetanee grazie al dispositivo digitale regalatole dai genitori.

Tra i giocattoli è guerra. Il vecchio contro il nuovo. La poesia del sogno contro la connessione e le immagini in digitale spedite in ogni dove. Astrazione contro immediatezza. Realtà o virtualità che oggi fa rima con un altro binomio. Umanità o intelligenza artificiale. Cinema o piattaforme. Insomma ere geologiche fa, anche se sono passati tre decenni e impersonalità da terzo millennio. Ma i pupazzi sembrano più perspicaci di chi vive in carne e ossa e capiscono, in un batter d'occhi, che collaborare - anche tra avversari - è meglio che farsi la guerra. Aiutarsi significa risolvere i problemi e talvolta chi è lontano da noi può dare una mano a stare meglio.

Il finale. Beh, lo risparmiamo a vantaggio di chi andrà in sala. Perché anche qui sta il punto. Vedere Toy Story 5 sul tablet o sul pc - sul cellulare è addirittura una bestemmia - puzza di alto tradimento con tutto quanto si è già detto. E non sia mai. Un dettaglio va aggiunto, se così si può dire. Questa quinta puntata della saga è la migliore di tutte le precedenti e uscirne senza discuterne sarà pressoché impossibile. Poco conta stabilire se si stava meglio quando si stava peggio, cioè senza tecnologia. O se si sta peggio di quando si stava meglio con più umanità e meno messaggini ma maggior libertà e rispetto. Resta un dato di fatto. Abbiamo perso i brividi eccitanti del sogno a occhi aperti. La fantasiosa creatività del gioco. Lo sguardo fisso di un bambolotto che sembra dire "Io ci sono sempre. E ci sono ancora".

Il volo di mille Buzz Lightyear con eliche che ricordano i droni di oggi nel cielo di un paese immaginario per salvare sogni e ricordi di grandi e piccini assomigliano a quello di Miracolo a Milano, fatti i dovuti distinguo. Per loro fortuna incontrano le braccia dei più piccoli in un parco giochi. Per loro sfortuna s'imbattono però nel cattivo resuscitato tra le pieghe dei capitoli precedenti, facendo capire che ci sarà un sesto capitolo, tuttavia meno geniale dell'attuale. Almeno a giudicare dall'ultima scena spia.

Ilaria Stagni, voce della bambola Jessie, spiega che "nel primo Toy Story ero incinta e nel terzo pure. Oggi quei bambini sono mamme e papà. Guarderanno e forse ricorderanno". Pete Docter, direttore creativo dei film della saga, stempera gli allarmi: "L'intelligenza artificiale non deve farci paura. Dobbiamo utilizzarla per i nostri scopi, non certo sentirci vittima e delegarle troppi compiti. In buona sostanza, fate come abbiamo fatto noi. Giocateci". Non facile ma ci si può provare.

Basta non cullarsi troppo nella nostalgia del tempo andato come sembra suggerire Pizza cu e llente, il personaggio che Sal da Vinci fa parlare e vive in una comunità di vecchi pupazzi, relegati in un'utensileria, bevendo un te' ogni pomeriggio confidando che prima o poi la bambina che c'era tornerà a farsi viva. Il passato è passato. Qualche lacrima forse spunterà ma non sia tristezza. Solo cuore.

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