Il 26 agosto arriverà nelle sale il nuovo film di Ridley Scott The Dog Stars - Le Stelle dopo la fine. È tratto dall’omonimo romanzo di Peter Heller, Le stelle del cane, che da questa settimana arriva in libreria per i tipi di Bompiani (Pagg. 358, euro 22). Racconta un mondo devastato da una pandemia che ha cancellato quasi tutta l’umanità e a cui è seguito ogni tipo di sconvolgimento, tra incendi boschivi e crollo della società. Hig, la voce narrante - la cui memoria sul prima vacilla molto - vive nell’hangar di un piccolo aeroporto su un altipiano di quello che una volta era il Colorado. Attorno solo desolazione, fattorie abbandonate e una grande pianura. Accompagnato da Jasper, il suo cane e copilota, tutti i giorni Hig sale a bordo di un Cessna del 1965 e vola fino alle pendici delle montagne. A terra lo aspetta Bangley, un vecchio che spara a vista su chiunque tenti di avvicinarsi. Insieme difendono il loro territorio da sopravvissuti infetti e predoni. Ma Hig vuole qualcosa di più e cercherà di ritrovare se stesso e l’umanità. Abbiamo chiesto a Heller di parlarci del libro e del film.
Qual è stata l’ispirazione, per The Dog Stars, un libro che ora diventa un film di Ridley Scott?
«The Dog Stars è stato il mio primo romanzo. Quando mi sono seduto a scrivere il libro, non volevo stilare una trama o una scaletta. Sono cresciuto come kayakista e quello che amavo del correre sui fiumi era che, se il ruscello non era mai stato sceso o descritto, arrivavi a una curva stretta in un canyon e poteva esserci una cascata, o un puma che beveva, o un gruppo di rondini in controluce. Volevo la stessa emozione scrivendo il romanzo... Volevo lanciarmi su una corrente narrativa e seguirla in territori nuovi e selvaggi. Sono andato al bar del mio quartiere a Denver, mi sono seduto e mi sono detto: Non pensare, non pensare, ascolta e basta. Ho scritto: Faccio funzionare la Bestia. Tengo la 100LL pronta. Prevedo gli assalti....
Qualche riga dopo, Mi chiamo Hig, un nome solo. Big Hig se proprio ve ne serve un altro. Se mai mi sono svegliato piangendo in mezzo a un sogno, e non sto dicendo di averlo fatto, è perché le trote sono sparite, tutte. E poi fu come se Hig fosse dall’altra parte di un falò in una notte di ottobre».
Pensa che, come nel libro stiamo andando verso un’apocalisse?
«Credo che siamo nel mezzo della sesta Grande estinzione di massa. Credo che l’apocalisse sia già iniziata per il milione di specie che dipendono dalle barriere coralline, per coloro che vivono nelle foreste pluviali in diminuzione. La responsabilità è nostra. Se la Terra inizia a scrollarsi di dosso noi, se questo porta a una grande contrazione della popolazione, prego che questo porti a una maggiore cooperazione tra noi, non meno. Immagino che questa sia la preghiera che informa il romanzo».
Ha scritto questo libro prima dell’epidemia di Covid e dello scoppio di una serie di conflitti, eppure sembra quasi prevederli. È così?
«È incredibile. Otto anni dopo aver pubblicato il romanzo, in una fresca giornata di marzo, Denver ha chiuso a causa della pandemia di Covid. Quel pomeriggio sono andato a pescare in un parco statale a sud della città. Non c’era nessun ranger al cancello, sono semplicemente entrato in macchina. Inquietante. Nessun altro pescatore parcheggiava nel parcheggio di ghiaia vicino al fiume. Mi sono addentrato in un bellissimo tratto che si curva attraverso un boschetto di vecchi pioppi e ho iniziato a lanciare. Da solo, come fa Hig nel libro. E gli unici pesci a guizzare quella notte erano le carpe, nessuna trota, proprio come nel romanzo. Era come se Hig si fosse trasportato nel mio mondo, o io nel suo. Di nuovo».
Avendo assistito alla vera pandemia, manterrebbe il libro così com’è o cambierebbe qualcosa?
«Non cambierei una parola. L’ho scritto come l’ho sentito».
È ottimista o pessimista riguardo al futuro della razza umana?
«Posso solo pregare che, di fronte a grandi sfide esistenziali, ci uniamo. Che teniamo il cuore aperto, collaboriamo e siamo gentili. Questa è la grande sfida di Hig: creare una vera connessione, mantenere viva la sua capacità di amare, creare un piccolo significato».
La sua storia ha diversi elementi in comune con The Road di McCarthy. È voluto?
«No, in questo libro non sembrava esserci nulla di voluto. Ho pensato, mentre scrivevo e sono arrivato a pagina tre: Questo è un romanzo post-apocalittico. Dannazione! Non voglio scrivere un romanzo post-apocalittico! Per prima cosa, se dovesse essere pubblicato potrebbe essere paragonato a The Road, che potrebbe non essere una grande idea per un romanziere esordiente. Ma la voce di Hig era così coinvolgente che...».
Com’è stato vedere il romanzo adattato in un film?
«Mi è piaciuto molto, ogni passo. Mark Smith, che ha scritto The Revenant ed è così brillante, ha adorato il libro e ha chiesto se poteva scrivere la sceneggiatura. Era estremamente deferente, a volte chiamava e chiedeva se poteva cambiare questo o quello. Ho detto: Ascolta, non mi aspetto che il libro venga visualizzato sullo schermo. Sono entusiasta che un grande artista sia ispirato dal romanzo a creare un’opera d’arte nuova».
Perché il cane gioca un ruolo così importante in questo libro?
«Jasper, il cane di Hig rappresenta amore puro, amicizia, altruismo. È buffo, vive nel mio cuore come un cane che ho avuto e che mi manca terribilmente».
