“Ho un tumore al cervello, ora devo continuare le cure”. Con queste parole, ieri sera a DiMartedì, Alessandro Di Battista ha rotto il silenzio sulla malattia che lo ha colpito a Cuba. Nel suo racconto è comparso anche un termine che molti hanno sentito nominare ma pochi saprebbero spiegare: edema cerebrale. Il percorso dell’ex deputato è noto: colto da forti dolori alla testa il 28 agosto, è stato ricoverato prima a Santa Clara e poi all’Avana, dove il 5 settembre è stato operato d’urgenza all’ospedale Hermanos Ameijeiras, per poi rientrare a Roma il 12 settembre ed essere ricoverato al Gemelli.
Che cos’è
In termini semplici, l’edema cerebrale è un rigonfiamento del cervello: un accumulo anomalo di liquido nel tessuto cerebrale, che può interessare le cellule stesse oppure gli spazi che le circondano, di solito associato a un’altra patologia neurologica. Non è una malattia a sé, ma una reazione del cervello a un danno. Il problema è anzitutto meccanico: il cranio è una scatola rigida. Se il volume aumenta, può crescere la pressione all’interno del cranio, con una possibile riduzione dell’afflusso di sangue al cervello. Nei casi più gravi, la pressione può provocare lo spostamento e la compressione di strutture cerebrali.
Il legame con i tumori
I tumori sono tra le cause principali di edema cerebrale, insieme a traumi, carenza di ossigeno, infezioni, ictus, alterazioni metaboliche e crisi ipertensive acute. Attorno a una massa tumorale può formarsi il cosiddetto edema peritumorale: la presenza del tumore può alterare la barriera ematoencefalica e aumentare la permeabilità dei vasi, favorendo il passaggio di liquido nel tessuto circostante. In alcuni casi sono proprio i sintomi legati all’edema, insieme a quelli provocati dalla massa tumorale, a portare alla scoperta della malattia: mal di testa ingravescente, vomito, alterazioni della coscienza.
Le diverse forme
La classificazione classica risale al neuropatologo Igor Klatzo, che nel 1967 distinse due tipi principali. Nell’edema vasogenico – quello tipico dei tumori – il liquido esce dai vasi perché la barriera ematoencefalica, il filtro che protegge il cervello, perde la sua tenuta: è la forma più comune e colpisce soprattutto la sostanza bianca.
Nell’edema citotossico sono invece le cellule cerebrali a gonfiarsi, in genere per una riduzione dell’apporto di ossigeno e di sostanze nutritive, come avviene nell’ischemia cerebrale; in questo caso la barriera rimane inizialmente integra e il fenomeno interessa soprattutto la sostanza grigia. A queste si aggiungono la forma interstiziale, legata all’idrocefalo, e quella osmotica, dovuta a squilibri dei sali nel sangue. Nella pratica clinica, le diverse componenti dell’edema possono comunque coesistere e sovrapporsi, a seconda della causa e dell’evoluzione della lesione.
Sintomi e rischi
Il quadro clinico varia molto: si va da casi senza sintomi fino al coma. I segnali tipici sono cefalea intensa, nausea e vomito, disturbi della vista, confusione, sonnolenza, convulsioni. Il pericolo maggiore è l’erniazione: se la pressione continua a salire, parti del cervello vengono spinte fuori dalla loro sede, anticamera di danni irreversibili. La gravità del quadro dipende non solo dall’entità dell’edema, ma anche dalla sua causa, dalla sede interessata, dalla rapidità con cui si sviluppa e dall’eventuale aumento della pressione intracranica.
Come si cura
La valutazione diagnostica si basa soprattutto sulle tecniche di neuroimaging, in particolare sulla TAC nelle situazioni acute e sulla risonanza magnetica, che permette una caratterizzazione più dettagliata delle alterazioni cerebrali. La terapia agisce su due fronti: la causa e la pressione. Tra gli strumenti utilizzati per controllare l’aumento della pressione intracranica ci sono le terapie iperosmolari, come il mannitolo o la soluzione salina ipertonica.
In situazioni selezionate possono essere adottate altre misure di supporto; l’iperventilazione controllata può essere utilizzata come intervento temporaneo in condizioni di emergenza. I corticosteroidi, in particolare il desametasone, sono utilizzati soprattutto per ridurre l’edema vasogenico associato ai tumori cerebrali. Non sono invece indicati come trattamento dell’edema provocato da trauma cranico o da ictus ischemico.
Nei casi più gravi e selezionati, quando le terapie mediche non sono sufficienti o in presenza di condizioni che lo richiedano, può essere necessario ricorrere alla decompressione chirurgica. Quando l’edema è associato a un tumore, il suo trattamento si inserisce nel percorso terapeutico della neoplasia, che può comprendere chirurgia, radioterapia, terapie farmacologiche e altri trattamenti, scelti in base al tipo, alla sede e alle caratteristiche del tumore. La ricerca intanto guarda avanti: la comprensione dei meccanismi molecolari dell’edema sta aprendo la strada a farmaci più mirati.
