Nuovi farmaci, nuove procedure diagnostiche, nuove evidenze scientifiche nel campo della biologia molecolare, della genetica e delle neuroscienze. La ricerca sul Parkinson continua ad avanzare, con un obiettivo che va oltre il controllo dei sintomi: rallentare, e un giorno fermare, la malattia.
In Italia, tra i protagonisti di questo impegno c’è la Fondazione Pezzoli per la Malattia di Parkinson che, nata nel 1996 per sostenere la ricerca scientifica, oggi concentra i propri sforzi su quattro fronti: terapie capaci di rallentare la progressione della malattia, strumenti per una diagnosi precoce, presa in carico multidisciplinare dei pazienti e valutazione della sicurezza dei trattamenti. Attualmente tra le piste più promettenti della ricerca c’è quella che riguarda alcuni farmaci utilizzati contro il diabete di tipo 2, grazie a uno studio condotto su oltre 8mila persone con Parkinson che ha osservato come i pazienti già affetti da diabete di tipo 2 e in trattamento farmacologico sviluppavano la malattia mediamente sei anni più tardi rispetto agli altri. Un risultato che non dimostra un rapporto di causa-effetto, ma che suggerisce la necessità di approfondire il possibile ruolo protettivo di queste terapie. «Se dovessimo guardare al numero di nuovi farmaci arrivati sul mercato negli ultimi dieci anni potremmo rimanere delusi» osserva Gianni Pezzoli, presidente della Fondazione Pezzoli per la Malattia di Parkinson e direttore emerito del Centro Parkinson e Parkinsonismi di Pini-CTO Milano. «In realtà si stanno compiendo progressi importanti nella comprensione dei meccanismi che innescano la malattia, e questo avrà inevitabilmente ricadute sulle cure del futuro». Anche l’età di esordio del Parkinson sembra essere cambiata nel tempo. Un recente studio italiano su oltre 13mila pazienti ha mostrato che l’aumento dell’età media alla comparsa dei sintomi osservato negli ultimi decenni è spiegato soprattutto dall’invecchiamento della popolazione.
La ricerca ha, però, evidenziato che familiarità ed esposizione a sostanze inquinanti risultano associate a un esordio più precoce. Esordio che oggi tende a verificarsi più tardi rispetto al passato. «Se all’inizio degli anni Duemila non era raro osservare i primi sintomi intorno ai 55 anni, oggi compaiono più frequentemente dopo i 65» dichiara Pezzoli. Un cambiamento che riflette l’allungamento dell’aspettativa di vita e i progressi della prevenzione cardiovascolare e metabolica. Se, quindi, la cura definitiva resta un traguardo ancora da raggiungere, la ricerca continua ad avvicinarsi a una comprensione sempre più profonda delle cause del Parkinson.
