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La fenomenologia di un numero Ultimo

I motivi di uno show da 250mila paganti: stile unico, fidelizzazione dei fan, trionfo del "noi contro tutti"

La fenomenologia di un numero Ultimo
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E ora tocca ai perché. Come ha fatto Ultimo a raccogliere 250mila spettatori paganti? Perché il pubblico, anzi un certo tipo di pubblico, lo ama così tanto? Le risposte arrivano da lontano, da quando Niccolò Moriconi, classe 1996, si è esibito per la prima volta su di un palco, il 19 gennaio 2018 alla Santeria di Milano, 500 persone massimo. Il primo di Ultimo.

Poi il secondo è stato il giorno dopo al Teatro Quirinetta di Roma mentre l'ultimo di Ultimo, quello di sabato sera, è il primo dei suoi a passare alla storia come concerto con più spettatori in Italia e il secondo nel mondo dopo quello di Marko Perkovic detto Thompson l'anno scorso a Zagabria con 504mila paganti.

In realtà sarebbe il terzo perché nel 2003 il Molson Canadian Rocks for Toronto ne raccolse oltre 489mila ma quello era un evento di beneficenza e quindi resta a parte. Da quando è salito sul piccolo palco della Santeria, smarrito come ogni debuttante, Ultimo è riuscito a diventare ciò che a pochi riesce, ossia essere un caso a se stante. Unico Ultimo.

Lo ha fatto innanzitutto, come sempre accade, per la fortunata coincidenza di riempire una casella vuota, quella del giovanissimo cantautore romano, compensando una obiettiva ripetitività formale con l'intensità dell'interpretazione e la genuinità, talvolta criticabile, degli atteggiamenti.

Ultimo non è portatore di un dirompente stil novo, non è un artista di rottura e non è stato "respinto" per la sua vocazione rivoluzionaria. Per capirci, quando è arrivato il rock'n'roll, i venerati maestri come Frank Sinatra lo definirono come "la forma di espressione più brutale, volgare e viziosa", per di più composta da "cretini".

Quando arrivò il punk, fu bollato come degenerazione della gioventù. Poi il grunge diventò la musica di "drogati depressi" vestiti con le camicie da boscaioli. Il rap, lo ricordate?, era considerato "rumore violento" almeno finché non diventò un fenomeno miliardario.

Erano gli anticorpi del sistema che reagivano ciecamente alle novità che facevano traballare l'ordine discografico precostituito. Ultimo ha giocato un campionato a parte. La sua cifra stilistica è quella cantautorale che discende da Antonello Venditti e dal padre musicale Fabrizio Moro, unico ospite al concertone di Tor Vergata, ma non è sovversiva come Elvis The Pelvis che faceva ballare anche i neri dimenando le anche e neppure nichilista come i Sex Pistols o i Ramones che schitarravano urlando.

È tutto sommato musicalmente conservatore, Ultimo, gioca con le immagini (Rondini al guinzaglio, Cascare nei tuoi occhi), si focalizza sulla malinconica dolcezza degli amori e delle loro fini (I tuoi particolari, La stella più fragile dell'universo), illumina i propri limiti quasi fosse una psicoterapia pubblica (Il ballo delle incertezze, Solo). Ed è proprio sulla solitudine, oltre che sull'innegabile talento e sulla forza di volontà, che si moltiplica il fenomeno Ultimo. È la narrazione, oggi si dice così, del "noi contro tutti" che crea un fortissimo senso di appartenenza e che ha trasformato il pubblico di Ultimo in una falange macedone capace di riempire gli stadi, battere i record, dimostrare che c'è ancora, come accade nei grandi eventi musicali fidelizzati, una fetta di pubblico che si mette in marcia molto prima dell'evento per godersi tutto, anche l'attesa.

E allora il concerto di Tor Vergata è diventato il rito più colossale della grande chiesa di Ultimo, che ha ricevuto i complimenti dei colleghi e della premier Giorgia Meloni ("Un concerto emozionante che rimarrà nei cuori di tantissimi"), senza creare nessuno scisma, senza violare le regole, senza frontalità (se non quella narrativa e spesso pleonastica

con la stampa). In un mondo musicale spesso fin troppo omogeneo, Ultimo gioca un campionato a parte con un solo partecipante che, dopo aver vinto tutto, ora a trent'anni deve iniziarne un altro. Il problema è capire quale.

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