Sacerdote da 75 anni, ha visto 8 Papi

Settantacinque anni di sacerdozio portati con slancio, memoria freschissima e una caratteristica voce tonante. Quella che Don Stefano Giupponi, parroco di San Giuseppe dei Piani di Ri a Chiavari, rievoca nei suoi ricordi di bambino, al termine della solenne Eucaristia a ricordo dell'evento. Monsignor Nicola Tiscornia, nato a Buenos Aires il 7 dicembre 1914, Parroco emerito di San Giuseppe dei Piani di Ri, Canonico Onorario della Basilica Cattedrale di Nostra Signora dell'Orto, Cappellano di Sua Santità, ordinato il 13 giugno 1937, taglia corto: «Parlare di un primato è una stonatura - afferma il dinamico sacerdote al termine della concelebrazione, parlando ai numerosi fedeli accorsi per festeggiarlo - Come ci insegna il Libro della Sapienza, non conta il numero degli anni, ma come sono stati vissuti nella vita quotidiana. Oggi la vita media si sta allungando, quindi cresce anche l'età dei sacerdoti, ma ne diminuisce il numero. Ho l'età di questa parrocchia - sorride - e sono ritornato qui tra voi dove per diciotto anni, dal 1975 al 1992, sono stato un povero pastore, per celebrare con voi la Messa Giubilare del 75° anniversario di sacerdozio, memore che venticinque anni fa celebrai qui la Messa Giubilare del 50° anniversario di Ordinazione».
Tra due anni, il 19 febbraio 2014, la Parrocchia di San Giuseppe dei Piani di Ri celebrerà il centenario di fondazione. Facile immaginare chi sarà l'invitato speciale… «Io veramente, per il centenario, non mi impegno di essere qui» replica prontamente il parroco emerito. Certo è che nessun sacerdote, prima di lui, in Diocesi di Chiavari, ha celebrato 75 anni di sacerdozio: «Però bisogna ricordare il mio docente Don Giovanni Cafferata - precisa - canonico della Cattedrale e librettista di Monsignor Campodonico (sacerdote e compositore, nato a Lavagna nel 1921 e morto nel 1958; fu definito il poeta della musica sacra, n.d.s.) che lasciò la Diocesi per divenire religioso rosminiano. Visse 103 anni e quattro mesi con settantotto anni di sacerdozio».
Quanti pontificati ha attraversato Don Tiscornia?
«Sono nato che regnava Benedetto XV, l'ultimo Papa genovese, Giacomo Della Chiesa. Sono rimasto molto lieto che Papa Ratzinger abbia scelto il nome Benedetto XVI, sia perché molto legato all'ordine di San Benedetto ed in onore a questo grande Papa che fu un pontefice di pace, al quale in Turchia è dedicato un monumento».
Il ricordo più bello di questi anni di sacerdozio?
«Quando fu incoronata la Madonna della Salute, il 27 luglio 1986: Tutto un popolo ha offerto oro, corone uscite dal cuore, dall'amore, dal Magnificat di riconoscenza del popolo cristiano. Quella stessa immagine stasera sarà portata in processione per le vie della città. La Madonna viva, la madre che passa benedicente tra i suoi figli, Lei che è mediatrice di grazia, patrona e vicina».
Un legame profondo tra lei e la porzione di Chiesa che ha servito come parroco per diciotto anni.
«Si, si. Vede, a Chiavari ci sono due parrocchie che sono collegate alla più antica chiesa mariana d'occidente, Santa Maria Maggiore di Roma: l'antichissima pieve di San Michele di Ri (Ri Alto, n.d.s.), parrocchia madre, ove si venera la Madonna della Neve. E la parrocchia figlia, San Giuseppe dei Piani di Ri, che ha per patrona la Madonna della Salute».
Dove nasce la vocazione di Don Nicola?
«La mia vocazione nasce lontano. Io sono nato a Buenos Aires, figlio di emigrati. Ho fatto le prime classi elementari a Buenos Aires e poi sono venuto in Italia. Avevo quasi dieci anni, non sapevo parlare che il dialetto, o meglio la lingua genovese, lingua madre, e mi esprimevo in spagnolo. Là cantavo Oìd mortales el grito sagrado: Libertad! Libertad! Libertad! (udite mortali il grido sacro: Libertà! Libertà! Libertà!, l'inno nazionale argentino, n.d.s.) e ben presto ho imparato a cantare Fratelli d'Italia».
Come è nata la vocazione di Don Nicola?
«È nata proprio là, in Argentina. Facevo il chierichetto in una chiesa salesiana e quando sono partito con la nave Mafalda, a quei tempi uno dei migliori transatlantici passeggeri, ricordo che c'erano molti sacerdoti di diverse nazionalità che tornavano in patria. Un mio parente esclamò: “Ahimè!”. Quelle vesti nere... speriamo che vada bene la traversata'. Poco dopo io dissi ai miei genitori: Mamma, Papà, io voglio diventare come quelli là».
E poi?
«La vocazione è poi maturata in famiglia e nella comunità parrocchiale di Ne, che mi ha dato esempi che hanno concorso a consolidare la mia vocazione. A dodici anni sono entrato in Seminario».
Lei è stato catechista di Don Nando Negri, indimenticabile iniziatore del Villaggio del Ragazzo...
«Si, da seminaristi si andava a tenere catechismo in diverse parrocchie. Io fui destinato a Rupinaro, frequentavo la seconda teologia. Tra i miei allievi, eravamo nei primissimi anni 30, c'era Ferdinando Negri, il futuro Don Nando».
Come lo ricorda?
«Molto attento, parlava poco, poneva ogni tanto domande molto sensate. Una cosa mi impressionava: era sempre accompagnato dai genitori o dai familiari. Credo che la sua vocazione sia maturata in famiglia».
Cosa direbbe ad un giovane intenzionato a diventare sacerdote?
«Gli dico di mettersi nelle mani del Signore, di lasciarsi guidare da Lui, di non avere timore, perché il Signore sarà sempre con te a sostenerti. Ci saranno difficoltà nella vita sacerdotale, ma ti chiama veramente ad una grande missione».
Quale?
«Quella di portare il Vangelo della gioia, della fraternità, della pace. Così dai un senso grande alla tua vita perché sarai un uomo per gli altri e con gli altri. E sempre prete».

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