I medici talebani dell’accoglienza non possono più «graziare» gli stranieri irregolari evitando l’ingresso nei Centri di permanenza per il rimpatrio per motivi di salute veri o presunti. Tutti i migranti irregolari che devono tornare a casa continueranno ad essere sottoposti a visita medica nelle Aziende sanitarie, ma il certificato verrà chiuso in una busta e portato dalla scorta di polizia nel Cpr assieme al migrante illegale. Poi sarà il personale dei Centri a seguire il «malato» e decidere cosa fare per i casi veri e gravi. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi (foto), ha firmato la nuova direttiva, che sostituisce quella di Luciana Lamorgese del 2022. Il responsabile del Viminale di allora con i governi Conte II e Draghi era pesantemente influenzata dalla sinistra talebana dell’accoglienza. I cambiamenti riguardano l’articolo 3, che sanciva: «La certificazione medica deve, comunque, attestare la compatibilità delle condizioni di salute o di vulnerabilità () dello straniero con la convivenza in comunità ristrette». Così il medico talebano dell’accoglienza firma un certificato dettato più dall’ideologia, che dallo stato di salute, per non far entrare l’irregolare nel Cpr. A Ravenna, la pm Angela Scorza, ha aperto un’inchiesta, che si è allargata con perquisizioni in tutta Italia.
Da ieri il nuovo articolo 3, della direttiva firmata da Piantedosi, prevede sempre al comma 1 la visita medica «volta alla verifica dello stato di salute della persona», ma non evita l’ingresso nel Centro di rimpatrio. La «scheda» con una valutazione di sintesi «in busta chiusa, viene consegnata dal personale di scorta al medico dell’ente gestore» dei Centri di rimpatrio. E sarà poi il personale sanitario che lavora nei Cpr «a far fronte ai bisogni segnalati () direttamente o con il supporto dell’Azienda sanitaria locale competente per territorio». Per questo motivo «subito dopo l’accoglienza nel Centro, la persona trattenuta è sottoposta, da parte del personale medico della struttura ospitante, ad una visita» per individuare sintomi e problemi anche psicologici «di specifiche condizioni morbose, con particolare attenzione () ad (esiti di torture, violenza sessuale e/o di genere)». Il medico del Centro «può disporre che la persona trattenuta venga alloggiata in una stanza di osservazione, posta preferibilmente nei pressi dei locali idonei all’attività sanitaria, al fine di salvaguardare la salute del singolo e della collettività». In linea di massima si cerca di risolvere tutto all’interno dei Cpr, ma i casi gravi non gestibili vengono segnalati «all’ufficio di Polizia all’interno del centro per la successiva dimissione».
La nuova direttiva cancella le storture precedenti. Nei primi nove mesi dell’anno è stata registrata un’incidenza dell’88% nel mancato invio ai Cpr degli stranieri, che dovrebbero venire espulsi, grazie a certificati medici. I dati in possesso al Giornale, da gennaio al 14 settembre, parlano chiaro: a Milano sulle 125 «rinunce» ben 110 sono «per motivi sanitari». A Modena, dove Salim el Koudri si è lanciato sulla folla con la sua macchina come ariete, l’ «incidenza sanitaria sui rifiuti» all’ingresso nei Cpr è pure molto alta del 76,9%. Per non parlare del dato statistico più allarmante: 1 straniero irregolare su 2, esentato grazie ad un certificato sanitario dai Centri di permanenza per il rimpatrio, torna a compiere reati anche gravi. In pratica è «inidoneo» o «malato» per la restrizione nel Cpr, secondo medici dalla manica larga, ma sta benissimo per delinquere nelle nostre città. Il tunisino violentatore, il dominicano sfruttatore della prostituzione minorile, il marocchino sequestratore sono solo i casi più eclatanti.
