Il tetto c’era già. Da sedici anni. Era una circolare, affidata alla buona volontà delle scuole. Ma il senso era quello: non superare il tetto del 30% di studenti stranieri in classe. Non per alzare un muro. Quello che si forma quando troppi studenti che non conoscono l’italiano vengono concentrati nella stessa aula.
È l’esatto contrario della classe ghetto. Distribuire meglio gli alunni significa creare le condizioni perché l’integrazione avvenga davvero. Dal primo all’ultimo banco. Una cosa di buonsenso, parrebbe. Eppure c’è stato bisogno di una specifica, ieri, del ministro Giuseppe Valditara. Quella circolare, ha detto, diventerà un decreto legge. Se ne parlerà già domani al Consiglio dei ministri. «La nostra proposta è una misura per la vera integrazione», spiega il ministro. E a chi punta il dito contro, chiarisce che riguarderà non tutti gli studenti stranieri, ma solo quelli che non parlano italiano. Quelli che entrano in prima elementare, o alle medie o addirittura alle superiori ma che non conoscono la lingua. Quando il decreto sarà approvato, sarà operativo da subito. Anche per i nuovi iscritti che entrano ad anno già avviato. Non potranno essere inseriti in classi già al 30%, ma neppure in quelle che arrivano al 29% per non far scattare il tetto. Quante classi? I numeri sono ovviamente generici perché quanti siano realmente i ragazzi che non parlano italiano non coincide con gli stranieri in classe. Sarebbero poco meno di mille su quasi 400mila, per lo più alle elementari. Un numero ben diverso dalle circa 34.000 aule con almeno il 30% di alunni stranieri. Due numeri che non possono essere confusi, se non per fare una polemica sterile. Non sono esclusi, come è stato precisato, anche ragazzi che abbiano il passaporto europeo. La discriminante non è la provenienza, o il passaporto, come qualcuno accusa, ma la padronanza della lingua. A fare il quadro dentro il quale si muoverà il provvedimento ci ha pensato ieri il sito specializzato Tuttoscuola, con una mappa aggiornata sulle classi e scuole che superano il tetto del 30% di ragazzi stranieri sia di prima che di seconda generazione.
Numeri in crescita ovviamente a partire dalle classi dei bambini più piccoli, quelli che frequentano la scuola dell’infanzia, «“avamposto” della scuola italiana - spiega Giovanni Vinciguerra, direttore di Turttoscuola - nei prossimi anni il quadro si proietterà sui gradi successivi del sistema scolastico». E l’incidenza è destinata ad aumentare.
Oggi all’asilo le classi con il 30% degli alunni stranieri sono 5.023, il 12,5% inseriti in 1523 scuole. I bambini sono 45.506 su un totale di 105.327. Tali scuole, sottolineano i ricercatori, ospitano quindi il 43% di tutti gli alunni stranieri della scuola dell’infanzia. Il 70% degli istituti ovviamente si trova al nord. Lombardia, soprattutto, ma anche Emilia Romagna, Piemonte e Veneto che concentrano il 60% dei casi. Ancora non è stato analizzato il dato delle elementari, che è quello più complesso e più importante, ma già alle medie il numero di classi con più del 30% di stranieri sono circa 7mila su 77mila, il 9% con circa 198mila studenti di cui 57mila stranieri. Alle scuole superiori il numero delle classi con più del 30% di ragazzi stranieri è inferiore: sono circa 4.400 (il 3,5%). La norma per il tetto sugli studenti che non parlano italiano nelle classi «è una esigenza condivisibile per varie ragioni», condivide Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale dei presidi. A partire da «quella didattica» perché «in particolare quando ci sono bambini piccoli, per insegnare a chi non è italofono - preferisco questo termine e non straniero l’apprendimento in buona parte avviene con l’interazione tra pari». Un passo avanti. Così come è stato la sperimentazione con i metal detector nelle scuole: circa 300 interventi in quattro mesi, con il sequestro di numerose armi improprie, tra cui machete, coltelli, pistole ad aria compressa e altre armi.
