La grande occasione che il centrodestra non dovrà perdere

Coloro che la sanno lunga, che nel nostro Belpaese dicono sempre la loro, si dividono in due scuole di pensiero. La prima sostiene che il governo pro tempore di Romano Prodi non mangerà il panettone, perché tra ottobre e dicembre sarà impallinato talmente tante volte sulla finanziaria che alla fine non potrà fare altro che trarne le conseguenze. La seconda è convinta che tirerà a campare ben oltre la fine dell’anno. Scavallerà la metà della legislatura. Per la precisione durerà in tutto due anni, sei mesi e un giorno. Perché? Perché solo a quel punto i nostri rappresentanti del popolo potranno fruire, una volta compiuti i sessantacinque anni, l’agognato vitalizio. Una cifretta che non è proprio da buttar via.
Fausto Bertinotti, novello Facta, invece nutre fiducia. Intervistato dal Messaggero, alla domanda del giornalista se la legge finanziaria sarà la prova del nove della tenuta del governo, il presidente della Camera così risponde: «Quante prove del nove si chiedono e si attendono! Suggerirei a dubbiosi o speranzosi di misurarsi sul terreno della tenuta di cinque anni». Siamo al credo quia absurdum, o giù di lì. Neppure Romano Prodi, ovverosia il diretto interessato, si era finora spinto a tanto. Ha solo detto e ripetuto all’infinito che gli basterebbe e avanzerebbe che il suo governo concludesse la legislatura anche nella ipotesi che essa durasse meno di quei cinque anni previsti dalla Costituzione. Nella convinzione che se dovesse cadere non rimarrebbe altro che tornare alle urne.
In effetti, così dovrebbe essere secondo la logica maggioritaria. Ma il guaio è che siamo in mezzo al guado. La riforma costituzionale perorata dalla Casa delle libertà è stata bocciata per via referendaria. E così ci ritroviamo ancora sul gobbo la Costituzione del 1948, con il suo parlamentarismo abborracciato condotto per mano da una partitocrazia che nei passati decenni ne ha fatte di cotte e di crude. Perciò non è affatto detto che dopo la caduta di Prodi ci siano elezioni anticipate. Potrebbe ben darsi che il presidente della Repubblica formi un governo tecnico che, una volta disbrigato il da fare, concluda la legislatura.
Comunque vadano le cose, l’opposizione della Casa delle libertà di qui a poco si troverà davanti a un bivio. Potrà presentare un’infinità di emendamenti alla legge finanziaria con il risultato di creare un polverone tale da giustificare la posizione di questioni di fiducia a raffica da parte del governo. Cosicché non verrà cambiata neppure una virgola. Oppure avrà l’opportunità di presentare un numero ristretto di emendamenti mirati e su questi ingaggiare per settimane e settimane battaglia. Quest’ultima è la ricetta suggerita tempo fa da Gianfranco Fini, e ci sembra una ricetta vincente. Difatti, anche nella dannata ipotesi che questi emendamenti siano respinti, l’opposizione potrà rivolgersi al tribunale dell’opinione pubblica con le carte in regola. Perché avrà dimostrato di non sparare nel mucchio ma di offrire soluzioni alternative a quelle del governo. Così preparandosi a succedergli. Un’occasione, questa, da non sprecare.
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