Guerra al sommerso Gli evasori fiscali non sono i soliti noti

Secondo l’Agenzia delle entrate gli italiani nascondono in media al Fisco 18 euro ogni 100 di imposte. Ci sono punte del 38% ma sbaglia chi attacca esclusivamente le partite Iva: il sommerso è in ogni attività. <strong><a href="/interni/cosi_007_fisco_hanno_recuperato_11_miliardi/04-04-2011/articolo-id=515306-page=0-comments=1">Così gli 007 del Fisco hanno recuperato 11 miliardi</a></strong><br />

Più che una mappa dell’evasio­ne fiscale, quella diffusa dall’Agen­zia delle entrate è una mappa del­l’economia sommersa, del lavoro e della produzione che sfuggono in generale alla regolamentazione e non solo al controllo del Fisco. Il metodo usato assomiglia molto a quello con cui l’Istat rileva (e aggiu­s­ta di conseguenza le stime del pro­dotto interno) l’andamento del­l’economia in nero. Si prende in considerazione ciò che appare, ciò che si manifesta,dell’attività econo­mica, e non le fatture e i bilanci. I consumi elettrici, il traffico pesan­te, la produzione di rifiuti, sono tutte gran­dezze che dicono inevitabil­mente la verità sull’andamen­to produttivo di una certa zo­na, con buona pace delle di­chiarazioni dei redditi. Con questo metodo, e tra poco affi­nandone i risultati raggiunti usando strumenti come il red­ditometro, è stata costruita la radiografia dell’evasione fi­scale. La somiglianza con il metodo Istat non è solo una nostra osservazione ma è una realtà operativa:le schede del­­l’Istituto di statistica sono en­trate pienamente nel grande fratello fiscale avviato dal­l’Agenzia delle entrate.

Ma attenzione, proprio per­ché si stanno usando modali­tà di indagine statistica avan­zate vale la pena di ricavarne informazioni e indicazioni si­gnificative e non banali. Sa­rebbe una beffa se tutto quel­l’apparato di dati e di rileva­zioni servisse solo per ripete­re le solite tiritere sull’evasio­n­e tutta annidata presso i lavo­ratori autonomi e le piccole imprese. E sarebbe uno spre­co per un importante stru­mento di conoscenza. Men­tre le banalità, purtroppo, non sono solo tali, ma sono anche un potente strumento di polemica politica. E di con­seguenza il risultato della ba­nalizzazione è doppiamente perverso: ci spinge a cullarci nella ripetizione della lamen­te­la contro i soliti noti dell’eva­sione fiscale e ci porta a con­trapporr­e l’oltranzismo politi­co pro partite Iva all’esaltazio­ne della correttezza del lavora-tore dipendente.

Ma non è tutto così sempli­ce. Sono in tanti a recitare due o anche tre parti in comme­dia. E, quindi, a essere, a se­conda del momento della giornata, pensionati, dipen­denti regolari, dipendenti in nero, autonomi, titolari di pic­cole imprese, proprietari di case, investitori. Non c’è un confine netto, nella stessa per­sona possono abitare l’osser­vanza fiscale e il demone del­l’evasione. La mappa diffusa dall’Agenzia delle entrate mo­stra le grandi criticità fiscali in Campania, in alcune zone del­­la Sicilia e della Calabria, e an­che in Puglia e nel Lazio. Sono le zone della più forte diffusio­ne dell’economia sommersa. Ma nell’evasionefiscale che lì certamente si annida cosa c’è di attribuibile ai tradizionali nemici dell’osservanza tribu­taria? Non sarà certamente la parte «emersa» di piccole im­pre­se e di autonomi a far salta­re i conti tra l’attivismo econo­mico rilevabile con gli stru­menti statistici e il gettito fisca­le. È chiaro che è nelle pieghe dei doppi e tripli lavori e della gestione dei patrimoni che si annida l’evasione. E questo vale anche nelle zo­ne con minore propensione al sommerso. Anche se il peso del fenomeno dell’evasione diventa diverso.

La stessa Agenzia delle entrate ricono­sce che i suoi dati mostrano una maggiore correttezza fi­scale nei grandi centri produt­tivi. Grandi aziende, esposte e perciò molto controllate, uf­fici pubblici, transazioni tas­sate alla fonte ( come quelle re­alizzate tra banche e clienti), portano ad alzare il gettito ri­spetto all’attività economica. Ma le due o tre parti in com­media travalicano i confini provinciali e regionali. Una stessa azienda può produrre in nero in una regione e ven­dere in un’altra, oppure può produrre in nero e poi far emergere la produzione in al­tre situazioni. E così essere un po’ sommersa e un po’ emer­sa. Mentre un proprietario di immobili affittati in nero (ma­gari parzialmente) può risie­dere altrove e far saltare i con­ti. E può essere un perfetto contribuente per tutte le sue altre attività. Il senso di quella mappa del­­l’Italia produttiva e fiscale non sta,quindi,nell’addossa­re le responsabilità ai soliti bersagli dell’indignazione tri­butaria.

Se ne ricava piuttosto un’indicazione per la politi­ca, per chi deve disegnare il fi­sco del futuro. Il passaggio del peso dei tributi dalle persone alle cose sembra sempre più opportuno. Il trasferimento del carico fiscale su strumenti automatici, come il voucher per i lavori occasionali (in gra­do di definire anche la parte contributiva del prelievo), sembra sempre più efficien­te. La semplificazione si pre­senta sempre di più come una riforma sostanziale e non sol­tanto come il riconoscimento di un minimo diritto alla com­prensibilità delle regole.

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