Una vigilia elettorale insanguinata, come nelle peggiori previsioni. La Cisgiordania si conferma culla e polveriera del terrorismo, mentre mancano tre giorni alle elezioni generali del 27 ottobre in cui Israele deciderà del suo futuro politico e del destino del primo ministro Benjamin Netanyahu dopo il pogrom del 7 ottobre 2023. L’incubo dell’odio islamista si è materializzato nuovamente ieri mattina alle 7:15 quando due palestinesi armati hanno aperto il fuoco contro un posto di blocco militare israeliano nei pressi dell’incrocio di Yehuda, vicino a Hebron, la più popolosa città araba della Cisgiordania. Due soldati sono stati uccisi e tre feriti in uno scontro durato oltre 20 minuti prima che i militari riuscissero a eliminare entrambi gli aggressori, uno dotato di fucile M16 e l’altro di pistola. A terra, senza vita, i corpi del sergente maggiore Ron Yonatan Roytman, 23 anni, e del sergente Yuval Shai Svilem, 20 anni, oltre che i cadaveri dei due terroristi, Mohammed Jaaba e Firas Jaaba, cugini di 27 anni, residenti a Hebron e affiliati a Hamas, che ha festeggiato l’attacco come «atto eroico» insieme alla Jihad islamica.
Ma il dato più inquietante per Israele - avvertito «alcune settimane fa dei tentativi del nemico di colpire in vista delle elezioni», come ricorda il primo ministro - è la conferma che i terroristi stessero pianificando un attacco di proporzioni ben più grandi. Sull’auto dei jihadisti è stata rinvenuta una grande quantità di munizioni. Secondo le indagini delle Forze Armate, le Idf, i due avrebbero deciso di aprire il fuoco sul checkpoint solo dopo essersi resi conto di non poter raggiungere l’autostrada.
Il premier Netanyahu, furibondo, mostra subito il pugno di ferro. Si reca a Hebron e, oltre a promettere la caccia ai terroristi di Hamas e ai loro mandanti «in ogni luogo e in ogni momento», annuncia per la Cisgiordania la più grande operazione militare dal 1967, da quando durante la Guerra dei Sei Giorni Israele sconfisse gli eserciti arabi e prese il controllo di Gaza, Gerusalemme Est, Sinai, alture del Golan e Cisgiordania, su cui «Bibi» avverte: «Ci impegneremo a distruggere questo posto, a cambiarlo completamente». Militari e forze di sicurezza ricevono l’ordine di imporre immediatamente un assedio su Hebron e i suoi 250mila abitanti e di prepararsi subito a un blocco completo di tutta la Cisgiordania: «Evacueremo i residenti, procederemo casa per casa, rimuoveremo anche le armi presenti sul posto e tutte le infrastrutture terroristiche saranno affrontate e distrutte». Non finisce qui. Immediato è anche il via alla demolizione delle abitazioni degli attentatori e a quelle costruite senza permessi: «Distruggeremo le infrastrutture terroristiche e costruiremo e legalizzeremo più di 100 nuovi insediamenti qui e non solo qui, oltre che più di 100 fattorie», aggiunge Netanyahu, confermando la politica vorace delle colonie. Sul posto si precipita l’ultranazionalista Itamar Ben Gvir, che d’accordo con l’altro ministro Bezalel Smotrich chiede di smantellare l’Autorità nazionale palestinese. In Giordania, intanto, a Hammud, governatorato di Karak, un attacco terroristico a una chiesa greco ortodossa ha provocato 6 morti e 28 feriti. Non c’è pace per il Medioriente.
