Droni, attacchi informatici, pacchi sospetti e persino la strumentalizzazione dei flussi migratori. L’ombra delle operazioni ibride si allunga sull’Europa. Quanto accaduto a Lipsia, che agita le cancellerie europee, è solo l’ultimo episodio di una pressione che Mosca sta esercitando lungo tutto il fianco orientale della NATO. A registrare questa escalation sono anche gli Stati Uniti. L’11 agosto scorso il Congressional Research Service (CRS), il servizio di ricerca del Congresso americano, ha pubblicato un rapporto molto ricco dal titolo eloquente: Russian Hybrid Warfare Activities in Europe: Considerations for Congress, “Attività russe di guerra ibrida in Europa: considerazioni per il Congresso”.
Il documento, destinato ai membri del Congresso, descrive in modo molto netto il funzionamento della macchina del Cremlino, cercando di dare dei contorni a questa sorta di conflitto nell’ombra che si fa sempre più visibile.
Il dossier sottolinea come, secondo una delle stime citate, tra il 2023 e il 2024 gli attacchi ibridi russi contro l’Europa siano quadruplicati, nel contesto della guerra in Ucraina e del crescente sostegno militare, politico e logistico garantito dall’Europa a Kiev.
La guerra ibrida come concetto sfuggente
Uno dei punti più importanti riguarda la definizione stessa di guerra ibrida. Il dossier americano individua una combinazione di strumenti militari e non militari, operazioni clandestine, disinformazione, pressione economica e atti di sabotaggio. Gli analisti americani evidenziano in particolare quattro caratteristiche di questo tipo di conflitto:
- La flessibilità: attività e strumenti possono essere adattati rapidamente alle diverse situazioni.
- L’ambiguità dell’attribuzione: le operazioni sono spesso concepite per preservare una forma di “negazione plausibile”, rendendo difficile attribuirne con certezza la responsabilità.
- La combinazione di azioni cinetiche e non cinetiche: nella guerra ibrida convivono azioni dirette e violente con strumenti indiretti, come la disinformazione, la pressione economica o la strumentalizzazione dei flussi migratori.
- La pressione sotto la soglia dell’escalation: gli attacchi sono calibrati in modo da provocare e logorare il bersaglio senza oltrepassare la soglia che potrebbe innescare una risposta militare o un’escalation più ampia.
Le tecniche degli attacchi ibridi
Proprio per la sua natura fluida, la guerra ibrida comprende una varietà molto ampia di tecniche. Ci sono operazioni di sabotaggio classiche, come incendi, attacchi con esplosivi e azioni contro infrastrutture logistiche, come nel caso di Lipsia. A queste si aggiungono la sorveglianza di installazioni militari e operazioni più aggressive, fino agli omicidi mirati contro dissidenti, ex informatori o ex appartenenti agli apparati russi.
Ci sono poi operazioni dirette contro le infrastrutture sottomarine, come i cavi per le comunicazioni e i gasdotti. A queste si affiancano gli attacchi informatici contro infrastrutture energetiche, servizi pubblici e istituzioni governative.
Negli ultimi anni sono emerse con maggiore forza anche altre minacce. È il caso dei droni e delle violazioni dello spazio aereo: tra il 2025 e il 2026 si sono moltiplicati gli episodi e gli avvistamenti segnalati in Europa, alcuni dei quali attribuiti o sospettati di essere collegati alla Russia. Ci sono inoltre le operazioni di jamming e spoofing del segnale GPS, capaci di interferire con i sistemi elettronici di navigazione. Nell’agosto 2025, per esempio, l’aereo che trasportava la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen subì un’interferenza al segnale GPS durante l’avvicinamento a Plovdiv, in Bulgaria, per poi atterrare in sicurezza utilizzando sistemi di navigazione a terra. Le autorità bulgare indicarono come sospetta un’interferenza russa.
Infine c’è il grande tema delle interferenze dirette nella vita politica e sociale dei Paesi europei: dai tentativi di influenzare i processi elettorali alle campagne di disinformazione. A questi strumenti si aggiunge la cosiddetta weaponized migration, cioè la strumentalizzazione dei flussi migratori per esercitare pressione sulle frontiere europee, come avvenuto a partire dal 2021 lungo i confini con la Bielorussia.
Chi gestisce gli attacchi
Il dossier del CRS individua tre principali apparati russi coinvolti nelle operazioni condotte all’estero:
- SVR, il servizio di intelligence estera civile;
- GRU, l’intelligence militare, indicata come particolarmente aggressiva e associata a operazioni di sabotaggio e attentati;
- FSB, il servizio di sicurezza interno, che negli ultimi anni ha ampliato anche le proprie capacità operative all’estero.
Il rapporto sottolinea che le agenzie di intelligence russe hanno adottato un approccio più assertivo a partire dal 2022, aumentando il numero e l’aggressività delle operazioni, con un ruolo particolarmente rilevante del GRU.
L’azione delle agenzie è cambiata anche in risposta alla stretta sul personale diplomatico russo decisa dai Paesi europei negli ultimi anni. Secondo l’MI5 britannico, dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina oltre 750 diplomatici russi sono stati espulsi dall’Europa e la grande maggioranza di loro sarebbe stata composta da agenti dell’intelligence.
La perdita di questi operativi ha costretto le agenzie russe a una maggiore flessibilità, spingendole ad appoggiarsi sempre più a intermediari e agenti reclutati a pagamento. Questa sorta di “privatizzazione” dei sabotaggi offre un doppio vantaggio: da un lato permette di compensare gli effetti delle espulsioni, dall’altro rafforza la possibilità per Mosca di negare un coinvolgimento diretto.
Questi “agenti privati” possono assumere forme diverse. Ci sono individui reclutati per una singola operazione, ma anche reti della criminalità organizzata ingaggiate per compiere omicidi mirati o operazioni di sabotaggio più complesse.
Gli obiettivi della strategia russa
Il dossier americano passa in rassegna diverse motivazioni che avrebbero spinto la Russia a intensificare la propria azione ibrida contro l’Europa.
Una prima finalità è imporre costi ai Paesi bersaglio e mettere sotto pressione le loro risorse, anche in risposta al sostegno militare, politico e logistico fornito all’Ucraina. Un secondo obiettivo è indebolire il sostegno europeo a Kiev e, più in generale, minare l’unità transatlantica. La guerra ibrida permette inoltre a Mosca di competere con Stati Uniti e NATO attraverso strumenti asimmetrici, evitando i costi e i rischi di un confronto militare diretto.
C’è infine l’obiettivo, forse il più inquietante, di testare le “linee rosse” occidentali: verificare cioè fin dove sia possibile spingersi, misurando le capacità di risposta e la determinazione della NATO senza superare la soglia di un conflitto armato diretto.
È una logica che richiama una massima tradizionalmente attribuita a Lenin: “Sonda con la baionetta: se incontri l’acciaio, fermati; se incontri qualcosa di molle, continua”. Una strategia di pressione progressiva che serve a misurare i limiti dell’avversario, ma che porta con sé un rischio evidente: che uno dei continui test finisca per provocare proprio quell’escalation che la guerra ibrida cerca normalmente di evitare.
I Paesi più esposti
Per gli analisti americani esiste un gruppo di Paesi particolarmente esposti alla campagna russa. Sono soprattutto gli Stati situati lungo il fianco orientale della NATO, anche se ciascuno presenta vulnerabilità differenti.
- I Paesi baltici sono esposti a cyberattacchi, campagne di propaganda rivolte anche alle minoranze russofone, atti di vandalismo, violenze, sabotaggi e incidenti contro le infrastrutture, oltre alle violazioni dello spazio aereo.
- La Polonia è esposta a cyberattacchi, operazioni di disinformazione e interferenza elettorale, sabotaggi ferroviari — anche per il suo ruolo centrale nel transito degli aiuti diretti all’Ucraina —, attività di spionaggio, pressione migratoria dalla Bielorussia e incursioni aeree.
- Romania e Bulgaria, sul lato meridionale del fianco orientale, sono particolarmente esposte nell’area del Mar Nero. Il rapporto segnala interferenze GPS, cyberattacchi, rischi di sabotaggio e campagne di disinformazione; la Romania, confinante con l’Ucraina, ha inoltre registrato ripetute incursioni di droni nel proprio spazio aereo.
