Chi attaccherà chi? La domanda da ieri accomuna alleati e nemici degli Usa in Medioriente. L’allarme parte dal Dipartimento di Stato che ieri mattina sollecita gli americani presenti nella regione a «mantenere la massima vigilanza» e a tener conto di possibili disagi in seguito a nuovi attacchi all’Arabia Saudita sferrati dagli Houthi. «Questo conflitto militare - sottolineano i comunicati del Dipartimento - può innescare una rapida escalation». E a rincarare la tensione si aggiungono le indiscrezioni di fonte iraniana, secondo cui sarebbero gli americani a preparare nuovi attacchi. Il tutto mentre gli Houthi minacciano nuovi raid sugli aeroporti sauditi e colpiscono Erbil. Alla fine la ridda di voci, minacce e informazioni - più o meno confermate - costringe il presidente Donald Trump a lasciare la residenza di Camp David nel Maryland per rientrare con un giorno di anticipo alla Casa Bianca. Da dove contribuisce immediatamente a innalzare la tensione lanciando una serie di ambigui avvertimenti a Teheran. Parlando davanti alle telecamere di Fox News, il presidente dichiara di trovarsi in una «fase decisionale» e annuncia per l’immediato futuro «cose molto importanti» sul fronte della guerra con l’Iran. «La mia domanda è se e quando farò saltare in aria l’intera nazione? È meglio che si comportino bene», conclude Trump rivolgendosi ai vertici di Teheran. Nella dichiarazione successiva non tralascia però di tendere una mano al presidente iraniano Mossad Pezeshkian, dicendosi «aperto» ad un incontro in cui esaminare le proposte avanzate da Teheran per mettere fine al conflitto. Tanto per aumentare la confusione aggiunge però di essere in «costante comunicazione» con gli Houthi. I miliziani legati a doppio filo a Teheran avrebbero accettato, secondo il presidente, di «non attaccare gli Stati Uniti». Quel che non si capisce è però come Trump valuti gli attacchi messi a segno dagli Houthi contro un’Arabia Saudita alleata degli Usa. E soprattutto come mai, dopo aver venduto a Riad miliardi di armamenti, non prenda in considerazione la possibilità di un adeguato appoggio militare. L’attendismo della Casa Bianca sembra peraltro incoraggiare i miliziani filo iraniani che sabato hanno rivendicato un attacco missilistico all’aeroporto di Riad e annunciato una possibile massiccia offensiva. «Nella fase di escalation per escalation, potremmo raggiungere la chiusura degli aeroporti del nemico saudita - ha detto il primo ministro a interim del governo gestito dal movimento Ansar Allah (gli Houthi) in Yemen, Allam Mohamed Miftah. L’esponente Houthi ha aggiunto che le azioni «potrebbero espandersi e raggiungere un grande livello di escalation se il nemico saudita pensa, con le sue menzogne, di poter fare ciò che vuole».
Intanto dall’Iran il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf lancia l’ennesima sfida a Trump annunciando che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso fino a quando gli Usa non accetteranno le condizioni di Teheran. «Le nostre posizioni sono assolutamente chiare e non negoziabili - ha spiegato Ghalibaf - finché non saranno soddisfatte e gli impegni degli americani non verranno attuati, non ci sarà spazio per aprire Hormuz».
