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Guerra

Droni esplosivi e mine contro le petroliere: la guerra nell’ombra dell’Iran per mettere in difficoltà Trump

Teheran intensifica gli attacchi nello Stretto di Hormuz per ostacolare il traffico di petrolio e fare pressione su Washington. Oltre 35 incidenti registrati a ottobre, mentre gli Stati Uniti rispondono colpendo l’isola di Qeshm

L’Iran sta ricorrendo a tattiche di guerriglia per ostacolare il flusso di petrolio dal Golfo Persico e fare pressione sull’amministrazione Trump. Ma come agisce concretamente Teheran? Impiega droni sottomarini carichi di esplosivo, lancia granate a propulsione a razzo e invia squadre per applicare mine magnetiche alle imbarcazioni che vogliono attraversare Hormuz. Si tratta di una campagna asimmetrica che prende di mira le navi impegnate nel trasporto di petrolio, come spiega il Wall Street Journal. La battaglia della Repubblica Islamica per ostruire questa via di uscita si è trasformata in una “guerra nell’ombra” all’interno del più ampio scontro tra Stati Uniti e Iran, con ripercussioni dirette sui prezzi globali dell’energia. In risposta anche alle contromisure adottate dalle forze americane, come il blocco dei porti iraniani.Ma il regime degli ayatollah si sta rapidamente indebolendo e logorando e questa tattica di Teheran è sicuramente per esercitare ulteriori pressioni sull’amministrazione Trump nell’ambito di negoziati che sono attualmente in fase di stallo. Le forze armate statunitensi nel frattempo conducono operazioni quasi quotidiane per garantire il transito delle navi e del greggio attraverso lo Stretto, mantenendo al contempo il blocco contro l’Iran. Un impegno importante che, tuttavia, ha recentemente riportato i flussi ai livelli precedenti al conflitto.Lunedì gli Stati Uniti come rappresaglia a queste manovre iraniane hanno colpito l’isola di Qeshm, nell’ambito di una serie di attacchi su piccola scala non annunciati condotti nel tratto di mare in questione, con l’obiettivo di porre fine alle offensive iraniane contro asset statunitensi e navi in transito. I numeri danno un’idea di quanto sta accadendo. Il mese di ottobre ha registrato il numero più elevato di attacchi nello stretto dall’inizio del conflitto: oltre 35 incidenti sono stati documentati dall’Ukmto (United Kingdom Maritime Trade Operations), organismo legato alla Royal Navy. Secondo l’Ukmto, da inizio novembre sono state colpite almeno cinque imbarcazioni. L’Iran è tornato a utilizzare anche mine a calamita per mettere fuori uso le imbarcazioni, una tipologia di ordigno già impiegata nel 2019.La battaglia è dunque in corso e le versione delle due parti si contraddicono. Secondo i media statali iraniani, i Pasdaran sostengono da settimane che alcune navi commerciali siano state danneggiate da mine posizionate dalle proprie forze nello stretto. Funzionari dei paesi del Golfo ritengono, al contrario, che tali dichiarazioni servano a seminare il panico tra gli operatori marittimi e a sollevare dubbi sull’efficacia delle operazioni di sminamento condotte dagli americani, con l’obiettivo ultimo di interrompere il flusso di petrolio. Una sfida anche di tipo propagandistico per raggiungere obiettivi strategici nella guerra latente in corso. Ma la situazione sul campo è ancora più complicata, secondo alcuni analisti, e potrebbe procurare non pochi problemi a Washington. «L’Iran è in grado di infliggere danni significativi a costi contenuti, inoltre, la possibilità di lanciare attacchi da numerose località lungo la costa rende più complesso e lungo, per le forze statunitensi, individuarli e prevenirli», ha spiegato sul Wsj Alessio Patalano, esperto di guerra marittima presso il King’s College di Londra.

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