Zona grigia dei conflitti, azioni “sottosoglia”: queste espressioni caratteristiche del mondo militare servono a individuare una metodologia di confronto definita come guerra ibrida, o Hybrid Warfare nella sua traduzione anglosassone. Un tema esploso dopo i tanti episodi sospetti in Europa, come successo all’aeroporto di Lipsia in Germania.
Definire la guerra ibrida non è semplice, e non lo è nemmeno stabilire quando si è cominciato a utilizzarla: la NATO definisce le minacce ibride come “un tipo di minaccia che combina attività convenzionali, irregolari e asimmetriche nel tempo e nello spazio”. Questa definizione coglie l’essenza di qualcosa prodotto dalla sinergia di diverse misure, ma, se usata da sola, risulta troppo generica. La maggior parte delle definizioni attuali di minacce ibride si basa in gran parte sulle azioni russe in Ucraina e Crimea, ma ciò rischia di trascurare uno degli aspetti chiave delle minacce ibride ovvero l’adattabilità.
Propaganda, sabotaggi e spionaggio
Pensare alle dinamiche della Guerra Fredda, e a come le due superpotenze si affrontavano in modo indiretto soprattutto sul suolo europeo, ci aiuta a dare una prima definizione di Guerra Ibrida: azioni che utilizzano la propaganda, il sabotaggio, lo spionaggio e il coordinamento di forze interne ostili interne o infiltrate all’avversario per minarne la tenuta del sistema governativo, dirigerne il pensiero dell’opinione pubblica e così cercare di farlo collassare.
Gli anni ’90 sono stati una palestra per il tentativo di codificazione della Guerra Ibrida. Dal lato statunitense, la cosiddetta “scuola americana”, la intendeva come come un confronto multidimensionale e poggiante su quattro pilastri fondamentali: gli attori coinvolti (mercenari, terroristi, agenti domestici); i mezzi (armi convenzionali, sperimentali e di uso comune); le tattiche (azioni convenzionali, legittime, illegittime, guerriglia, terrorismo, propaganda); infine i moltiplicatori di forza (guerra psicologica, informatica, informativa, sfruttamento delle reti sociali, estorsione, cyber-terrorismo).
Dal lato russo, negli stessi anni il generale Machmut Achmetovic Gareev aggiornava la visione bellica di Mosca verso quella che viene definita la guerra politica, o Political Warfare. Gareev spostava il classico concetto di “difesa di profondità”, che si basa sulla distanza sica che divide un opponente all’altro, verso una teoria più ampia, identificabile come Information Warfare, o guerra dell’informazione, che però ha un’accezione diversa rispetto a quella occidentale, avendo una postura prettamente strategica e con uno spettro d’azione a trecentosessanta gradi. Secondo il generale, le guerre del futuro si sarebbero combattute sul piano della propaganda e della disinformazione mirata che sono utili a colpire sia la società civile sia le forze armate, indebolendone la struttura e le capacità con un impegno costante. Si tratta quindi di una guerra indiretta che comprende attacchi di precisione e “non contact” contro uno Stato e i suoi sistemi di controllo militare, le sue comunicazioni e la sua economia.
La stessa economia e i commerci vengono utilizzati ampiamente come strumento di guerra ibrida: l’istituzione di dazi, ad esempio, ne è uno degli aspetti più evidenti. Anche la penetrazione culturale, l’attività illecita finanziaria di società operanti nelle borse mondiali e le ONG vengono usate come strumento per ottenere l’obiettivo strategico finale attraverso “operazioni militari diverse dalla guerra”.
Droni per tenere sotto pressione l’avversario
Uno degli ultimi strumenti della Hybrid Warfare, sono le ondate migratorie scatenate ad hoc: queste sono efficaci ancora una volta per mettere pressione sui governi screditandoli davanti all’opinione pubblica, e costringendoli a impiegare risorse che sarebbero più utili altrove.
Sebbene non si tratti di una guerra “guerreggiata”, la guerra ibrida viene considerata un conflitto a tutti gli effetti e l’utilizzo di droni – oltre ai sabotaggi e agli attentati – ne è l’evidenza più lampante.
L’arrivo sulla scena di piccoli droni a basso o bassissimo costo, che vengono utilizzati nel contesto delle azioni “sottosoglia” per interferire con le operazioni aeroportuali o per sorvoli di basi militari e infrastrutture civili critiche come centrali nucleari e siti industriali legati alla Difesa, è forse l’ultimo aspetto di questo particolare tipo di guerra. Il drone, anche se privo di carica esplosiva, è utile a mettere sotto pressione l’architettura di difesa dell’avversario, a instillare dubbi e mancanza di fiducia nell’opinione pubblica e a costringere l’avversario a ripensare alla propria metodologia di difesa aerea che dovrà pertanto essere più dispersa e capillare impiegando così più risorse, anche umane.
In un momento storico in cui l’Europa fatica a tornare ai livelli di prontezza militare della Guerra Fredda, con annessa crisi della vocazione “al mestiere del soldato”, azioni simili diventano particolarmente efficaci nel breve/medio termine.
Disinformazione e agenti inconsapevoli
La disinformazione (fabbricare una notizia falsa) e la misinformazione (mescolare vero e falso), attuate con canali ufficiali e non ufficiali, risultano particolarmente efficaci nella manipolazione dell’opinione pubblica, che in una democrazia liberale è, in ultima analisi, l’attore in grado di cambiare la politica di uno Stato attraverso le elezioni. Esse agiscono attraverso canali diretti, come ad esempio media e personalità legate direttamente allo Stato “aggressore”, oppure canali indiretti, affidandosi ad agenti di influenza consapevoli e inconsapevoli operanti nello stato “bersaglio”. Un agente di influenza consapevole è, sostanzialmente, una personalità o un ente che consapevolmente, quindi dietro mandato/compenso, si adopera nella propaganda per uno Stato avversario, mentre un agente di influenza inconsapevole è una personalità o un ente che effettua la medesima azione senza avere ricevuto mandato/compenso.
Da quest’ultimo punto di vista, quello della propaganda/disinformazione, è interessante il caso cinese. Pechino non è impegnata in nessun tipo di conflitto aperto, a differenza di Mosca, pertanto la Repubblica Popolare Cinese (RPC) utilizza l’attività disinformativa per plasmare l’opinione pubblica internazionale secondo la “visione cinese” della realtà in modo tale che il Partito possa trarne giovamente e perseguire le proprie politiche internazionali in un clima non ostile. La Cina ha creato dei corpi statali atti a questo scopo e ha proceduto a differenziare la “popolazione bersaglio” per offrire contenuti propagandistici più idonei: una differenziazione che è effettuata non solo in base al Paese bersaglio, ma anche distinguendo etnia, cultura, religione e altri fattori simili senza dimenticare il discriminante del livello di relazioni che intercorrono tra la RPC e il Paese oggetto di propaganda.
