L’incontro tra Steve Witkoff e Vladimir Putin a San Pietroburgo mette alla prova un’idea: che la guerra in Ucraina possa concludersi attraverso una proposta fondata su reciproche rinunce. A Oslo, l’inviato Usa ha messo a punto con Kiev e con i principali Paesi europei un testo da sottoporre a Mosca. I contenuti restano riservati, ma le ipotesi circolate seguono una logica di scambio: congelare il fronte rinunciando all’adesione alla Nato, oppure cedere il resto del Donbass in cambio dell’ingresso nell’Alleanza atlantica.
Per il Cremlino i due obiettivi non sono alternativi, ma cumulativi: tenere l’Ucraina fuori dall’orbita atlantica e ottenere un risultato territoriale stabile. Ciò che a Bruxelles appare come una scelta tra due opzioni, a Mosca può apparire come la richiesta di accontentarsi di metà di quanto ritiene dovuto. Le tre parti, inoltre, non attribuiscono lo stesso significato alla parola accordo. Trump persegue ciò che ha sempre dichiarato: chiudere la guerra, ridurre l’impegno americano e riportare i rapporti con Mosca sul terreno della trattativa diretta. I gesti distensivi delle ultime settimane, a partire dall’allentamento delle sanzioni sul diesel russo, rientrano in questo metodo. Per l’Ue, invece, un accordo non si misura soltanto dalla fine dei combattimenti, ma dall’assetto di sicurezza che ne deriva. La cessazione delle ostilità e la stabilità successiva alla guerra sono due risultati distinti, che non necessariamente coincidono.
Le capitali europee vorrebbero che Trump concentrasse le pressioni su Mosca, non su Kiev. La linea americana, al contrario, privilegia la disponibilità ucraina al compromesso. Da qui nasce una distanza tra Washington e l’Europa, alimentata dal timore che Trump e Putin possano definire direttamente i termini di un assetto che riguarda in primo luogo l’Ue. La partecipazione europea ai colloqui di Oslo non elimina questa preoccupazione: gli europei hanno contribuito alla preparazione di un testo, ma la sua sorte dipende da un confronto al quale non sono loro a dettare le condizioni. Resta inoltre il sospetto che la diplomazia europea stia tentando di guadagnare tempo, nella speranza che le elezioni di medio termine modifichino gli equilibri politici e costringano Trump a riconsiderare la propria linea. È un’attesa che presuppone, tuttavia, che il nuovo equilibrio parlamentare possa incidere sulle scelte presidenziali in politica estera.
La questione, pertanto, non è soltanto se Putin voglia la pace, né se Trump sappia ottenerla, ma se Washington e gli europei riescano a indicare a Mosca e a Kiev lo stesso obiettivo. Finché la mediazione americana e le priorità europee procederanno su piani distinti, ogni proposta rischia di essere un buon testo e un cattivo accordo.
