Bab El Mandeb, lo «stretto delle lacrime», si prepara a far piangere l’Italia e l’Europa. L’Encelia e la Layla - le due petroliere saudite centrate mercoledì dai missili dei miliziani Houthi e avvistate in fiamme nel Mar Rosso - segnalano tempi estremamente cupi. E non solo per il petrolio saudita principale obbiettivo dei miliziani alleati dell’Iran. Per capirlo basta guardare una cartina. I 30 chilometri di mare che separano la costa di Gibuti dallo Yemen sono un autentico collo di bottiglia. Da lì transita, in tempi normali, il 12% di tutto il traffico marittimo. Ora però i missili degli Houthi minacciano di trasformare il Mar Rosso in un mare chiuso. Le conseguenze si sono già viste. Nel 2024 quando gli Houthi cercarono di imporre una sorta di embargo a Israele le navi mercantili incominciarono a evitare lo stretto e ad affrontare il periplo dell’Africa. Una rotta molto più lunga e molto più costosa.
Nel caso dell’Italia all’inflazione bisogna aggiungere l’inevitabile crisi delle attività portuali. Dopo aver circumnavigato l’Africa le navi commerciali preferiscono infatti non entrare nel Mediterraneo e puntare direttamente verso gli scali dell’Europa settentrionale. Questo, oltre a moltiplicare ulteriormente i costi delle merci ,rischia di affossare porti come Genova Trieste dove solitamente sbarcano le merci transitate da Suez.La chiusura di Hormuz rende l’eventuale blocco di Bab El Mandeb ancor più drammatico. Il prezzo del petrolio, vero termometro della crisi, già lo segnala. Il duplice attacco alle petroliere saudite ha fatto ieri schizzare il prezzo del brent oltre i cento dollari al barile. Un picco che non si registrava dal maggio scorso. Dopo la chiusura di Hormuz Bab El Mandeb era diventato la via di fuga più comoda per il greggio saudita. Grazie al ripristino del vecchio oleodotto Est-Ovest, la cosiddetta Petroline che permette di convogliare il flusso dei giacimenti orientali sul terminale di Yanbu affacciato sul Mar Rosso, i sauditi riuscivano a evitare Hormuz e a garantire le forniture all’Estremo Oriente. La chiusura di Bab El Mandeb minaccia di interrompere completamente quei flussi. Anche perché le super petroliere che garantiscono i rifornimenti ai Paesi asiatici possono, per motivi di pescaggio, affrontare Suez solo dimezzando il carico. Un fattore che fa inevitabilmente innalzare i prezzi di trasporto e contribuisce a moltiplicare i costi di tutta la filiera cinese e orientale. In tutto questo c’è da capire il ruolo di Aspides. La missione navale europea incaricata di garantire il traffico commerciale attraverso Bab El Mandeb è al momento sotto il comando del contrammiraglio italiano Milos Argenton e dalla fregata Carlo Bergamin. Un incarico importante, ma anche una grossa responsabilità per l’Italia. Soprattutto se Donald Trump deciderà come promesso «attacchi massicci» nell’area e Aspides dovrà coordinarsi con la postura assai aggressiva della flotta Usa.
