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Guerra

Il doppio gioco dell’Oman dietro alle minacce di Donald

Le minacce del presidente figlie della paura di operazioni alle sue spalle

US President Donald Trump speaks to the press aboard Air Force One on August 2, 2026. Trump is returning to the White House after spending the weekend in New Jersey at his Bedminster residence. (Photo by Aaron Schwartz / AFP)

L’Oman con il suo deserto, le oasi, i fiumi cristallini e la lunga costa sul golfo Persico, non è solo un’esotica meta turistica, si è ritrovata infatti al centro dei giochi di potere internazionali negli ultimi mesi. La nazione è nel cuore del dibattito perché si trova nel mirino di Donald Trump che ha minacciato: «Se l’Oman si mette di mezzo, lo bombarderemo senza pietà». È proprio Muscat infatti che sta attualmente negoziando con l’Iran la riapertura dello strategico Stretto di Hormuz. Anche se l’Oman, noto per la sua neutralità, non ha dichiarato pubblicamente di voler unirsi a Teheran nel controllo del nevralgico braccio di mare. La nazione del Golfo di 5,3 milioni di abitanti ha svolto un ruolo di mediazione nella guerra ed è stata a sua volta oggetto di attacchi da parte di Teheran. Washington e Muscat sono partner stretti, con una relazione decennale. L’Oman, inoltre, ha una peculiarità rispetto agli altri Paesi del Golfo, ovvero la prevalenza della setta degli ibaditi, unico ramo sopravvissuto dei kharigiti, la componente maggioritaria dell’islamismo nel Paese, spesso considerati una terza via tra sciiti e sunniti.

Ma qual è il motivo della frizione tra Washington e Muscat? Gli Usa interpretano l’approccio omanita nella mediazione come ostile agli interessi americani e che Muscat possa aiutare l’Iran a negoziare un accordo sul nucleare più favorevole a Teheran. Le relazioni si sono deteriorate negli ultimi mesi. Il ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi ha in più occasioni criticato la decisione di Washington di entrare in guerra e ha cercato di prevenire la prima ondata di attacchi. «Qualunque sia la vostra opinione sull’Iran, questa guerra non è colpa loro», ha affermato in un post sui social media. Le frizioni tra i due Paesi non finiscono qui. Durante una riunione di gabinetto il 27 maggio, un giornalista ha chiesto a Trump cosa ne pensasse dell’idea di una gestione congiunta del traffico marittimo dello Stretto di Hormuz da parte di Oman e Iran. Il Tycoon ha risposto: «Nessuno lo controllerà. Sono acque internazionali e l’Oman si comporterà come tutti gli altri, oppure dovremo farlo saltare in aria».

Il Wall Street Journal riferisce che all’interno dell’amministrazione americana è in corso un acceso dibattito su come gestire la relazione con l’Oman. Alcuni alti funzionari accusano Muscat di essere appunto un attore ambiguo. Altri sostengono che i suoi legami con l’Iran siano un vantaggio per giungere a un accordo. Secondo questi Trump sta usando l’Oman come capro espiatorio, cercando altri responsabili e reagendo in modo aggressivo alle difficoltà nell’intesa con gli ayatollah. C’è anche la preoccupazione che l’accordo Iran-Oman possa consolidare il controllo di Teheran sullo stretto, mentre Trump ha affermato di preferire un patto che lo riapra completamente. Secondo più esperti, però, le minacce del presidente americano non fanno altro che incoraggiare gli iraniani, che percepiscono in questo modo un’ulteriore debolezza del loro avversario.

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