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Guerra

“Sapeva dell’attacco”. Bibi sulla graticola. Ma lui: “Tutte bugie dettate dai Paesi arabi”

“Il premier avvisato dei rischi. Domenica è volato dal leader degli Emirati per chiedere la smentita”. Scontro con l’ex capo dei servizi

Israeli Prime minister Benjamin Netanyahu speaks during the cornerstone laying ceremony for the Atarot Heritage Center, at the abandoned former Atarot airport located near the separation wall between Jerusalem and Ramallah in Jerusalem, 05 July 2026. ANSA/ABIR SULTAN

L’anniversario del 7 ottobre rischia di trasformarsi in un calvario per Benjamin Netanyahu, tormentato da nuove gravi e imbarazzanti rivelazioni giornalistiche che mettono il premier israeliano sulla graticola, con l’accusa di negligenza politica e strategica e di totale sottovalutazione dei numerosi allarmi ricevuti alla vigilia del pogrom di Hamas. Il capo di governo e leader del Likud contrattacca e accusa i «media di sinistra» di portare avanti una «campagna meschina e menzognera» contro di lui, di diffondere notizie false per delegittimarlo. «Bibi» punta il dito anche contro «attori stranieri e ostili, compresi i Paesi arabi», a suo dire al lavoro con «l’obiettivo di far cadere il governo di destra e sostituirlo con un governo di sinistra». Ma lo scontro è la prova di un clima che si fa ogni giorno sempre più incandescente in Israele, a meno di un mese dalle prime elezioni generali successive al massacro del 2023, un voto - quello del prossimo 27 ottobre - in cui il Paese deciderà del proprio futuro e Netanyahu si giocherà il bilancio ultimo di una carriera lunga oltre 40 anni, di cui quasi 20 al potere.

Il pomo della discordia sono le rivelazioni degli ultimi giorni di Wall Street Journal e The Atlantic, che attraverso varie fonti nel mondo arabo hanno riferito di diversi avvertimenti recapitati dai servizi segreti egiziani al primo ministro a proposito di un imminente attacco su Israele, da Gaza, proprio prima del 7 ottobre. Avvisi partiti già dal mese di giugno e ribaditi fino a 48 prima della strage. Con il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel che si sarebbe recato a settembre in Israele per avvertire di persona dei rischi e poi, inascoltato, avrebbe telefonato a Netanyahu in persona anche nei primi giorni di ottobre. I funzionari israeliani avrebbero minimizzato gli avvertimenti, assicurando a Kamel che la situazione fosse sotto controllo, aggiungono ancora le fonti. Un copione che i giornalisti di Haaretz, Shlomi Eldar e Ruth Yuval, hanno già svelato, dopo aver riferito anche di una telefonata a Netanyahu dello sceicco Mohamed bin Zayed, leader degli Emirati arabi uniti, dieci giorni prima del massacro di Hamas. Una ricostruzione che ora si arricchisce di nuove scioccanti soffiate. Secondo Channel 12 e Ap, il viaggio di quattro ore di Netanyahu domenica scorsa negli Emirati avrebbe proprio avuto lo scopo di chiedere a Bin Zayed, durante un colloquio di un’ora all’aeroporto di Abu Dhabi, di smentire le notizie per evitare un altro colpo alla propria immagine.

Ce n’è quanto basta per danneggiare la carriera del primo ministro a caccia del settimo mandato. Ma Netanyahu nega categoricamente le accuse e scarica le responsabilità sull’ex capo dello Shin Bet, Ronen Bar, «licenziato» dal premier nel marzo 2025 e che secondo Bibi, pur avendo discusso delle minacce con il capo di Stato maggiore e con il capo dell’intelligence militare, «ha deciso di non chiamare e informare il primo ministro, di non allertare le squadre di pronto intervento e le forze dell’Idf». Bar lo denuncia per diffamazione. Ma Bibi rilancia: «Dietro le false accuse si celano Stati ed elementi stranieri ostili, compresi i Paesi arabi», con lo scopo di dar vita «a un governo di sinistra composto da partiti arabi guidati da Eisenkot, Yair Golan e Lieberman, che si ritirerebbero da Gaza, Libano, Siria e Giudea e Samaria (la Cisgiordania, ndr) e istituirebbero uno Stato palestinese». «Questa è la posta in gioco delle elezioni: o la destra, o la Palestina», tuona Netanyahu. Il centrista Gadi Eisenkot replica denunciando le «menzogne tossiche e le pericolose teorie del complotto» del primo ministro «nel disperato tentativo di deviare le proprie responsabilità». Una cosa è certa in questo caos: la posta in gioco è altissima nelle elezioni del prossimo 27 ottobre in Israele. E, anche stavolta, il voto avrà ripercussioni in tutto il Mediorente.