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Guerra

Il ritiro delle truppe Usa, la guerra ibrida russa e i rischi per la Nato: cosa può succedere in Europa

Washington riduce uomini e mezzi nel continente mentre Mosca aumenta la pressione. Per l’Europa si apre una fase delicata sul fronte della deterrenza e della sicurezza

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Gli Stati Uniti sembrano pronti a ritirare gran parte delle proprie forze militari dall’Europa. La Strategia di Sicurezza Nazionale per il 2025 dell’amministrazione Trump – un documento programmatico fondamentale – ha dichiarato che è giunto il momento per il continente di “camminare con le proprie gambe” e assumersi la “responsabilità primaria della propria difesa convenzionale”. In altre parole, di prepararsi al momento in cui Washington ritirerà le proprie truppe.

Durante una riunione dei ministri della Difesa della NATO nel giugno 2026, il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha annunciato che il Pentagono si stava muovendo “rapidamente e in modo irreversibile verso una situazione in cui l’Europa si faccia carico della responsabilità primaria della propria difesa”.

L’amministrazione Usa ha successivamente inviato un questionario a tutti gli alleati della NATO, per verificare se fossero allineati con le politiche e le priorità del presidente Trump facendo intendere che, in caso contrario, avrebbero subito una riduzione del sostegno statunitense. Il Pentagono starebbe lavorando a uno studio per determinare il livello ottimale di forze statunitensi in Europa, ma stante le premesse, è evidente che lo scopo di questo studio sia semplicemente quello di fornire una giustificazione per la linea d’azione già scelta dall’esecutivo statunitense.

Cina e Dottrina Monroe

La logica statunitense è stringente: il rinnovamento della “Dottrina Monroe” di egemonia nell’emisfero occidentale – vedasi caso Venezuela e Cuba – e la necessità di contrastare l’espansione politica, militare e commerciale cinese nel Pacifico occidentale necessitano una ridistribuzione di forze e un impegno politico da giustificare davanti all’elettorato Usa.

Questa logica di disimpegno però risulterà controproducente per gli interessi statunitensi nel medio e lungo periodo, come accade per qualsiasi tipo di logica transazionale, che questa amministrazione sta mostrando di mettere in pratica quasi in ogni quadrante della politica internazionale.

Da un lato indebolirà la credibilità della NATO, dall’altro ridurrà la credibilità degli Stati Uniti come alleato stabile e sicuro. Il ritiro statunitense è già cominciato: a ottobre 2025 è stato annunciato il ritiro definitivo di circa mille soldati dalla Romania, ridimensionando così la propria presenza sul fianco orientale della NATO. A maggio 2026 è stato annullato il dispiegamento in Europa della Second Multi Domani Task Force che, oltre al missile ipersonico Dark Eagle in via di arrivo, avrebbe dispiegato in Germania i vettori da crociera Tomahawk, in grado di ribilanciare la deterrenza nei confronti della Russia dal punto di vista dei sistemi missilistici a lungo raggio. Sempre a maggio, l’amministrazione Trump ha annullato il dispiegamento del Second Armored Brigade Combat Team, che avrebbe dovuto sostituire un’unità statunitense già presente, lasciando il continente con circa 5mila soldati in meno.

Per il futuro, i piani di Washington prevedono di ridurre di un terzo il numero di caccia F-15E e F-16 dell’U.S Air Force dislocati in Europa, di ritirare tutti e otto gli aerei cisterna per il rifornimento in volo ivi operativi, di riassegnare uno dei due gruppi di bombardieri destinati al teatro europeo, di ritirare 15 dei 26 velivoli da pattugliamento marittimo presenti nel continente e di richiamare un sottomarino lanciamissili da crociera e un gruppo navale incentrato su una portaerei.

Sebbene non si conoscano le tempistiche di questo ritiro, si tratta di una forza consistente. La problematica è che l’Europa non è ancora del tutto pronta a sostituire la presenza militare statunitense, in particolare non lo è in alcuni settori come appunto la capacità di rifornimento in volo, il trasporto strategico, l’intelligence elettronica, spaziale e dei segnali e non ha capacità di bombardamento strategico, né mai l’avrà.

La Russia cercherà di sfruttare il momento

Questo ritiro, molto probabilmente, renderà la Russia più aggressiva nei confronti dell’Europa, con maggiori attività nello spettro della guerra ibrida per cercare di minare inizialmente il sostegno europeo all’Ucraina e successivamente avere un’Europa quanto più possibile imbelle in modo da poter continuare nella propria espansione della sua sfera di influenza con azioni coercitive/aggressive, come già avvenuto in Georgia nel 2008, in Crimea e Donbass nel 2014, in Bielorussia col sostegno a Lukashenko contro le proteste del 2020/2021, e in Ucraina nel 2022.

Ci sono infatti già segnali in tal senso che riguardano i Paesi Baltici e la Finlandia. Negli ultimi 15 mesi, la Russia ha compiuto azioni nella “zona grigia dei conflitti” con molta più frequenza e in modo molto più sfacciato. Solo nell’agosto del 2026, attività sospette collegate alla Russia si sono verificate in Bulgaria, Estonia, Germania, Italia, Polonia e Slovacchia. All’inizio di settembre, Londra ha arrestato un cittadino britannico assoldato dai servizi segreti russi per sabotare una fabbrica di droni nel Regno Unito. Putin ha anche dispiegato più risorse militari nelle zone della Russia che confinano con gli stati della NATO.

Se esiste il rischio concreto che Mosca possa diventare più aggressiva, esiste anche un beneficio per l’Europa col ritiro delle forze Usa: costringere i governi europei a tornare ai livelli di risorse destinate alla Difesa esistenti durante la Guerra Fredda. Risorse non solo economiche, ma anche sociali rappresentate da una maggior coscienza della difesa dei propri confini e del proprio sistema politico e culturale. Questo potrebbe, facilmente, portare a una maggiore autonomia strategica europea – strettamente collegata alla capacità militare – che, per assurdo, potrebbe ritorcersi contro gli interessi statunitensi: un’Europa meglio armata diventa un’Europa più autonoma, e pertanto anche più capace di tagliare le dipendenze politiche transatlantiche.

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