Donald Trump ferma i raid sull’Iran per la prima volta dopo 13 giorni, ma la guerra fra Stati Uniti e Repubblica islamica riaccende lo scontro armato fra i ribelli yemeniti filo-iraniani Houthi e l’Arabia Saudita, creando una doppia strozzatura simultanea nello Stretto di Hormuz e nello Stretto di Bab el-Mandeb, una minaccia senza precedenti sui due passaggi marittimi più importanti al mondo per il transito di greggio e gas, con il rischio che il petrolio superi di nuovo i 100 dollari al barile.
Per la prima volta dal 2022, i proxy di Teheran, alleati fedeli del regime degli ayatollah, hanno colpito gli impianti petroliferi sauditi sulla costa del Mar Rosso, a riprova che lo scontro si sta allargando all’altro passaggio marittimo cruciale dopo Hormuz, lo stretto di Bab el-Mandeb, il più breve per il commercio tra Asia ed Europa. Gli estremisti yemeniti hanno preso di mira con droni e missili i siti a Jizan e Yanbu dell’Aramco, la compagnia nazionale di idrocarburi saudita, tra le più grandi aziende al mondo per fatturato e il principale produttore globale di petrolio. Promettono
di «intensificare» le azioni offensive nelle prossime ore, dopo che due dei loro missili balistici sono stati intercettati da Riad grazie a un sistema di difesa greco. È la risposta degli integralisti sciiti ai pesanti bombardamenti sauditi, i primi dopo anni di calma, scatenati da Riad nell’area di Hudeidah, porto incluso, come ritorsione agli attacchi condotti dagli Houthi contro due petroliere saudite nel Mar Rosso e all’imposizione di un blocco navale sui porti sauditi da parte dei ribelli dello Yemen. Un’azione, questa, a sua volta considerata rappresaglia per i raid sauditi sull’aeroporto di Sanaa, con lo scopo di impedire l’atterraggio non autorizzato di un aereo civile dall’Iran.
L’escalation alimenta nuovi timori di interruzione delle forniture energetiche dal Medioriente dopo che, per la prima notte da due settimane, i raid statunitensi sull’Iran si sono fermati fra venerdì e sabato. Teheran interviene sullo scontro Houthi-Sauditi sostenendo tramite il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, che non esiste «una soluzione militare alla questione dello Yemen, di Bab al-Mandeb e di altre questioni regionali».
Ma intanto getta benzina sul fuoco e tramite i pasdaran costringe quattro navi a Hormuz a cambiare rotta e tornare indietro. Infine alimenta anche lo scontro verbale attraverso il suo Consiglio nazionale supremo, che annuncia: gli attacchi contro obiettivi americani non si fermeranno «fino alla resa» degli Usa.
Donald Trump medita se ripartire in maniera più feroce con gli attacchi all’Iran, spiega che la Repubblica islamica sta diventando «più seria» nei negoziati e vuole fortemente un’intesa ma non è ancora pronta a concluderla. Ad auspicare la ripresa dei colloqui è il ministro cinese Wang Yi, che ha incontrato l’omologo iraniano Araghchi. Pechino non disdegna la guerra a bassa intensità, sperando che logori gli Stati Uniti, ma vuole proteggere le forniture energetiche a basso costo che le arrivano dall’Iran, garantire la stabilità delle rotte commerciali ed evitare ulteriori danni economici globali.
