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Guerra

Iran, il sì di Khamenei a trattare con gli Usa. E il petrolio va a picco

I timori sull’uso di una testata nucleare da parte americana contro Pickaxe Mountain spingono il regime ad accelerare sui negoziati

Iranian women hold a portrait of Iran's supreme leader Mojtaba Khamenei during a rally calling for justice for their leader and revenge against the US president in Tehran's Enghelab Square on November 3, 2026. Iran unveiled a massive billboard and banners pledging to kill the US president across Tehran on November 3, bringing to a new level the official rhetoric displayed in the capital. (Photo by ATTA KENARE / AFP)

Un nuovo round di guerra nel nome della presunta amicizia e della sbandierata alleanza politico militare. È quel che Bibi Netanyahu pretende da un Donald Trump alle prese con il voto di Midterm. La pretesa, sostenuta dal Segretario di Stato Marco Rubio e dal direttore della Cia John Ratcliff, è stata respinta fin qui da Trump. Il presidente, oltre a voler perseguire la strada della trattativa affidata ai soliti Jared Kushner e Steve Witkoff, sa bene che le pressioni di Netanyahu celano il tentativo di usare la guerra come incentivo politico per la formazione di un governo nuovamente sotto la sua guida. Fin qui il negoziato, incentrato sullo sblocco di Hormuz, sembrava però assai in salita. I primi a respingerlo e a dirsi pronti ad un nuovo scontro erano proprio gli iraniani. Ma le voci sui presunti piani Usa per colpire l’ultima infrastruttura nucleare iraniana avrebbero accelerato le trattative. Ieri mattina il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha annunciato di aver ricevuto dalla Suprema (e tuttora invisibile) Guida Mojtaba Khamenei la delega a trattare con gli Usa.

L’inattesa disponibilità, che dopo mesi di rialzi ha fatto crollare il prezzo del petrolio (Wti e Brent entrambi a -6,7%, rispettivamente a 97,1 e 105,86 dollari al barile) sembrerebbe legata alle indiscrezioni sui piani per colpire l’ultima struttura nucleare iraniana nascosta sotto i cento metri di granito del massiccio di Pickaxe Mountain nell’Iran centrale. La montagna nasconde, secondo l’intelligence Usa, i depositi sotterranei in cui la Repubblica Islamica ha ammassato componenti nucleari e lavora per arrivare all’assemblaggio della sua prima testata atomica. Ad accelerare la disponibilità iraniana a trattare contribuirebbero le indiscrezioni sul possibile uso di una testata nucleare per penetrare i cento metri di rocce granitiche in cui è stata ricavata l’infrastruttura. Secondo le indiscrezioni, diffuse su X da un Tucker Carlson assai vicino agli ambienti trumpiani, il Pentagono avrebbe messo sul tavolo l’opzione nucleare dopo aver constatato l’impossibilità di distruggere la coltre rocciosa di Pickax Mountain con ordigni convenzionali.

A spingere all’azione Marco Rubio e il Direttore della Cia John Ratcliff s’aggiungerebbe il dibattito in corso negli ambienti ultra-conservatori iraniani sulla necessità di cambiare dottrina nucleare. Il dibattito, accesosi in queste settimane, propone la cancellazione della fatwa della defunta Suprema Guida Ali Khamenei sul divieto di impiegare armi nucleari, l’uscita dal Trattato di Non-Proliferazione e la fine della cooperazione con l’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica). La nuova dottrina, suggerita tra gli altri dal rappresentante della suprema Guida Ahmad Alamolhoda, prevede la necessità «religiosa» di dotarsi di tutti i mezzi necessari a intimidire i nemici, inclusa l’atomica. Il cammino verso la bomba diventa, secondo l’esempio della Nord Corea, un obbligo da perseguire clandestinamente perché solo l’arma nucleare eviterà al Paese nuovi attacchi. Una svolta che potrebbe aver indotto il Pentagono a mettere sul tavolo anche l’opzione nucleare.

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