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Guerra

Iran, Trump minaccia e rinvia. Senza basi un attacco è avventato

L’ultimo ritiro: i bombardieri B1 da Fairford. Prima era toccato al personale dagli avamposti colpiti dai pasdaran: Bahrain, Arabia, Kuwait, Qatar. Evacuato pure dall’Iraq. Altre scorribande degli Houthi

Minacciosi Guerriglieri Houthi, i ribelli yemeniti armati dall'Iran, hanno riconquistato Bal el Mandeb e colpito Riad

L’ultima inimmaginabile fuga è quella dalla base inglese di Fairford abbandonata in fretta e furia da 12 bombardieri statunitensi B1 per timore di un’incursione dei droni iraniani. Una ritirata poco in linea con le soffiate raccolte da media come Nbc, Axios e Atlantic pronti a scommettere su una ripresa dei bombardamenti sull’Iran immediatamente prima o subito dopo il voto di Midterm (dopo, per le parole serali di Trump). Stando alle indiscrezioni i raid punterebbero a incentivare gli elettori convinti che Washington non possa subire la chiusura di Hormuz e i ricatti di Teheran. Un’escalation post voto servirebbe invece a recuperare gli elettori trumpiani delusi dalle incertezze del presidente. In entrambi i casi la Casa Bianca deve misurarsi però con la non scontata capacità americana di aver la meglio sul nemico.

In quest’ottica la fuga dei B1 da Fairford, base in cui americani e inglesi prepararono lo sbarco in Normandia, è particolarmente significativa. Il timore dei droni iraniani fa infatti capire come la potenza militare Usa sia assolutamente inadeguata a fronteggiare la minaccia asimmetrica e le strategie messe in campo da Teheran. Un’inadeguatezza diventata evidente nelle settimane successive all’attacco americano all’Iran del 28 febbraio scorso. Settimane in cui i missili e i droni iraniani hanno colpito e devastato 13 basi statunitensi in tutto il Medioriente costringendo il Pentagono a evacuare gran parte del personale. Una ferita non certo indolore visto che tra le infrastrutture ormai inutilizzabili vi è la base della V flotta in Bahrain. Senza l’accesso a quelle banchine le portaerei nucleari americane, fondamentali per il coordinamento delle operazioni aeree, sono costrette a rifornirsi alla base di San Diego Garcia distante oltre 3mila chilometri. Questo senza contare la facilità con cui i droni iraniani hanno colpito una base della Cia in Arabia Saudita, il Centro logistico Usa in Kuwait e il Centro di comando di Al Udeid in Qatar dove il conto dei danni supera le decine di miliardi di dollari. Danni talmente imponenti da suggerire al Pentagoni l’abbandono di quelle rovine e il trasferimento delle basi in Israele e Giordania.

Ma l’elenco delle batoste Usa non finisce qui. In Yemen le formazioni Houthi, addestrate dagli iraniani, stanno impartendo un’altra dura lezioni ai sauditi recuperando le posizioni costiere intorno a Bab el Mandeb e colpendo nel contempo l’aeroporto di Riad e gli impianti petroliferi. Il tutto senza che l’America muova un dito per aiutare lo storico alleato. A questa già ragguardevole débâcle statunitense va aggiunto il ritiro dall’Iraq dello scorso 30 settembre. Un ritiro deciso dall’amministrazione Biden che però Trump poteva facilmente rinviare vista la presenza nel Paese di ingenti forze sciite armate e addestrate dall’Iran. Eppure, nonostante gli oltre 4mila americani caduti dal 2003 al 2011 per strappare il Paese agli insorti sunniti e sciiti, Trump ha preferito lasciare anche quella tessera del mosaico mediorientale nelle mani di Teheran. La vera domanda dunque non è se Trump si ritufferà nel pantano iraniano, ma come farà, nel caso, ad aver la meglio su un nemico diventato - grazie agli errori americani - la potenza egemone della regione.