La guerra parla con il linguaggio primordiale delle macerie, dei corpi estratti a mani nude dal cemento e del pianto ininterrotto delle sirene. Kiev si risveglia schiacciata da una notte che segna un nuovo, brutale salto di qualità nella campagna missilistica russa. Tra la capitale e il suo anello logistico il bilancio è drammatico: almeno 17 vittime e 44 feriti travolti da una pioggia incrociata di droni e missili balistici. Zelensky non nomina Trump, ma le sue parole costruiscono un’accusa che resta sospesa nell’aria, con un destinatario identificabile. «Gli intercettori avrebbero potuto salvare le vite di chi è morto». E aggiunge che ogni ritardo o rifiuto nella consegna dei sistemi di difesa aerea «porta a perdite umane e distruzioni. Forse non ci aiutano perché vogliono renderci più obbedienti». È la traduzione (poco) diplomatica di un messaggio politico preciso. Trump ha respinto la richiesta per i Patriot, sostenendo la necessità di riservarli alla protezione degli interessi Usa in Medioriente. La questione centrale è se Washington consideri il fronte ucraino un tassello imprescindibile della propria strategia globale o se, come sostiene Zelensky, la decisione di limitare la fornitura di sistemi Patriot sia parte di una strategia di pressione volta a «indebolire la nostra posizione negoziale e a renderci più inclini al compromesso al tavolo delle trattative».Mentre Kiev conta le vittime, emerge il peso della carenza di intercettori: secondo l’Aeronautica ucraina, la Russia ha lanciato missili Zircon, Onyx e Iskander-M, oltre a 117 droni. Le difese hanno abbattuto gran parte dei droni, ma nessun missile balistico è stato intercettato.
Le esplosioni hanno colpito infrastrutture civili e logistiche, tra cui magazzini e hub commerciali. A Brovary è stato sospeso il traffico ferroviario, mentre nel quartiere Holosiivskyi una fuga di ammoniaca ha reso difficili i soccorsi. Zelensky sembra aver compreso che attendere nuovi Patriot potrebbe non bastare o potrebbe essere ormai inutile. Durante una riunione del Consiglio di Sicurezza ha indicato due linee d’azione: rafforzare la produzione nazionale di sistemi di difesa aerea con il sostegno occidentale, in serata ha sentito Rutte, e colpire i lanciatori russi prima del lancio. Un cambio di approccio che riflette la necessità per l’Ucraina di sviluppare maggiore autonomia militare, senza fare affidamento esclusivo sugli arsenali occidentali. Il ministero degli Esteri spera in un ingresso della Nato, ma da Londra, l’ambasciatore ucraino Zaluzhnyi è categorico: «Non accadrà mai».
Sul terreno la pressione russa continua. Nel Donbass, le autorità ucraine hanno ordinato l’evacuazione di centinaia di famiglie da Kramatorsk. Oltre cinquecento bambini lasceranno la città, ultimo grande centro sotto controllo ucraino nel Donetsk, mentre le forze russe si trovano ormai a meno di 20 km. Intanto emergono nuovi elementi sul coinvolgimento della Corea del Nord: secondo l’intelligence di Kiev, Pyongyang ha inviato in Russia sei lanciatori e 120 missili balistici KN-23/24. L’Ucraina continua a colpire obiettivi in territorio russo con droni, soprattutto dopo l’input del nuovo Segretario della Difesa Nazionale Klymenko. Mosca ha neutralizzato mezzi ucraini nel Mar Nero e colpito infrastrutture militari vicino a Mykolaiv, Dnipropetrovsk e Kherson. La Lituania avvia la produzione di droni destinati a Kiev. Olga Stefanishyna, ex ambasciatrice ucraina negli Usa, è al centro di un’inchiesta per corruzione.
